domenica 18 agosto 2013

Dopo la sera per Antonio Verri ai Tu'rat


L'Orto dei Tu'rat in una fotografia di Santa Scioscio

Ridivento umidità
di Maurizio Nocera

Affondare nell’umidità dei Tu’rat è come immergersi nell’immensità
Il buio c’è già, quando arrivo all’orto. L’Orto dei Tu’rat. Nel cuore profondo della campagna messapica di Ugento, un po’ più piegata sui confini di Felline ceramicosa. Non conosco nessuno e non conosco neppure il significato della parola Tu’rat. Solo il Fondo Verri di Mauro Marino e Piero Rapanà mi sono stati complici. E il buio c’è già. Lascio l’auto in un posto che sembra essere una sorta di parcheggio agricolo. No. Forse. Sì. È un parcheggio agricolo. Scendo dall’auto. Mi guardo attorno. Tremenda ferita al cuore. Alcuni tronchi – con ancora quel che rimane della loro nobile dignità – di ulivi secolari sono anneriti dal fuoco d’un incendio doloso. Mi tremano le gambe. Quando un ulivo muore è come se un pezzo di carne del mio corpo se ne va via per sempre. Piango in silenzio. E m’avvio. Verso la luce dei fari. Non ci posso credere. Eppure i miei occhi vedono ancora. Dodici gigantesche mezze lune di pietre impilate a muretto a secco spuntano dalla terra come creste di calandre civettuole. Più m’avvicino e più le creste s’aprono al cielo. Riducono lo spazio d’un orizzonte ormai impiccato nel buio che pure c’è già. Non ci posso credere. Un’opera grandiosa. Un’architettura incredibile. In un posto incredibile. In un Salento di pietra. Ai confini del mondo. In un Sud che è più a Sud di ogni altro Sud. Qualcuno (Milena Magnani e Mino Specolizzi) mi si avvicina. Mi stringono la mano. Mi danno il benvenuto. Mi dicono: sono i Tu’rat. Un sistema per irrigare la sete desertica delle terre del Salento. Rispondo: Maestosi. Sono Monumenti della Natura. Solenni. Venerandi. Modernissime cisterne volanti condensanti l’umidità atmosferica. Trappole per gocce d’acqua cullate dai venti eolici sferzanti la terra tra i due mari. Misteriose Mezzelune fertili. Il buio, che c’era già, ora si dilata. Si fa spazio la luce. Non quella del sole, ma quella dell’arte, della cultura, della storia, dei paesaggi fatati. Eppure magati. M’immergo nei Tu’rat e sogno. Sento il corpo franarmi addosso. Mi sfascio in brandelli di botaniche siderali. E viaggio attraverso spazi umidi avvolgenti. Sento il bisogno di farmi umidità, goccia di rugiada. Mi lascio intrappolare tra una pietra e l’altra. Percolo e mi distendo dileguandomi nel sottosuolo. Mille radici di mille piante mi accolgono facendomi festa. C’è chi mi accarezza, chi mi offre una goccia di rugiada limpida come cristallo di Boemia, chi mi offre uno spazio ancora più umido di ogni altro, chi mi aiuta nell’affondamento. Più scendo nelle propaggini sotterranee e più sento in me la spensieratezza dei giorni felici. Di quando bambino, correvo a piedi nudi sul granulato delle cave di tufo, con mia nonna che mi gridava di stare attento a non pungermi con i rasapiedi. Ed io correvo correvo, e mi pungevo mi pungevo. Fino a quando la nonna non mi riacchiappava piangente e dolorante facendomi affondare i piedini nella fresca acqua della cisterna di tufo. Oh! Santa Freschezza. E Sante Parole di mia nonna. A quel tempo, correvo sulle tufine infuocate dal sole di agosto. Ora, invece, affondo negli ipogei dei Tu’rat e la freschezza mi assale da ogni parte. Il corpo mi si bagna di umori terragni. Vivo nell’immensità. E mi sperdo nel sogno lucido delle transe. Quando riemergo, alla luce dei faretti, qualcuno sta declamando dei versi. Li riconosco. Sono quelli scritti 30 anni fa da Antonio L. Verri. I poeti e i musici si alternano sotto la spessa umidità di un Tu’rat che, come una divinità senza epoca e senza religione, si erge glorioso nell’ampio cielo delle diversalità senza fine. Poi, sul podio, arriva la donna bionda venuta dal Nord. Legge. Declama Ascolta Nena. Un canto per Antonio L. Verri. Ecco. È una nenia che avvolge e riavvolge il mio corpo ormai stanco di arsure impossibili. Così ridivento umidità, e riaffondo bambino nell’utero della Grande Madre, che ora ha preso il nome di Tu’rat.

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ASCOLTA NENAper Antonio L. Verri
di Milena Magnani
Ascolta tu, Nena.
Ho visto qualcuno camminare sopra la mezza luna bianca.
Una sagoma che si intravede appena, pietra dopo pietra.
E forse è il nostro futuro in siesta, o in passeggiata silenziosa.

Si muove lento ca pare ca balla
Scalino dopo scalino.
Appare e scompare.
Cammina la vita che vola via.
Così magra.
Quelle giornate che abbiamo provato a trattenere con le mani.
Estati. Primavere. Domeniche.
Un movimento che proviamo fermare: oh!
Che proviamo di nuovo. Oh!
Ma niente.
Qualcuno cammina e dissolve… va verso la piantagione dei garofani
che l’attimo dopo non lo vedi già più…

Ascoltami tu, Nena.
Qualcuno si affaccia dietro la mezza luna rossa.
Si affaccia e
porge la mano  a noi, che siamo gli eredi dei
contadini poveri, e abbiamo le mani fredde fin da piccoli.
Ci fa strada dopo che ha fatto passare i braccianti, quelli
che hanno le schiene cotte per il sole, le tabacchine di Tricase,
le donne morse nelle case, quegli uomini pieni di
gioventù che sono andati ad ammalarsi all’Italsider.
Ci fa strada dopo che ha fatto passare mio zio, quello che
da sempre mi saluta con un pacchetto di sigarette Alfa,
sale su una 850 e scompare nelle miniere belghe.
Vieni? Ma dove andare? Devo seguirli, Nena?
Seguo e mi accodo a questa processione lenta, una processione
che si intravede appena
andiamo verso il deserto nuovo,
questo sagrato riarso, d’Oriente.

Ascolta Nena,
certe volte qualcuno
chiama da dietro la luna bassa!
Mi chiama insistente per nome: Lena!
Mi chiama di nuovo: Lena!
Vado e trovo mio padre poggiato alla porta di casa.
Sta fermo a fissare la strada.
Non gli dico più: non ci vai oggi a faticare in campagna?
Tanto lo so, che non ci va più.
È la storia di quando abbiamo espiantato la vigna.
Che dopo c’era chi lo diceva: - Prima o poi secca la terra.
Sicca sicca.

E infatti poi l’abbiamo guardata seccare,
fino a che gli occhi non hanno cominciato a farci male,
fino a che non siamo stati più capaci di sopportare l’accecamento.
Perché fa male quando arriva il deserto.
Anche se chiudi gli occhi lo senti, che striscia, sotto le pietre,
soffia e si intana come nu scursune…
Perché il deserto, qui, cresce e t’embroglia, e te fa la mascia
Cu le scrascie…
Lo vorrei chiedere a mio padre. Ma se poi tutto finisce,
se anche il cardo qui inaridisce, noi che dobbiamo fare?
Mio padre risponde con un biglietto del treno.

Che è meglio andarsene piuttosto che avere una patria,
perché una patria seppellisce le speranze sotto le crepe
fonde della terra
dice così e si si avvia
girato di spalle, mi fa un cenno di saluto con al testa.
Aspetta un attimo, che vuoi che faccia?
Ma l’attimo dopo non lo vedo già più.
Che se l’è inghiottito l’alito caldo di Oriente
questo sagrato delle lotte perse.

Vedi Nena?
Per ogni pizzico di rimpianto ti vorrei intonare una canzone,
per ogni pietra che ho impilato qui, ti vorrei dire che non mi arrendo,
che sasso dopo sasso, cerco di salvarmi con le mani,
luna dopo luna, cerco di capire questa terra nella notte,
come se la notte fosse un abisso dentro cui tuffarsi.

Ascolta Nena,
certe volte, contro questa parete batte un vento caldo,
da Est, porta odore di Santa Cesarea che è odore di zolfatare.
Porta la voce di qualcuno che grida.
Grida che è mara l’acqua te la funtana.
È mara mara… ca si nun era mara.
Perché al deserto non gli devi credere, il deserto si traveste
da pozzo per irrigare, che più pompi l’acqua, più l’acqua si
fa veleno, e più l’acqua si fa veleno, e più la terra si fa stanca
e cade.
E dopo, senti Nena cosa si canta in questo visito?
Si canta:
Ti avevo dato una terra buona e tu mi hai restituito un calco
di sale…
Ti avevo dato degli ulivi centenari e tu li hai lasciati bruciare.
Già:
Fuoco fuoco in questo visito…

Sentimi bene Nena.
Ogni tanto qualcuno grida.
Grida dietro il caseddho.
Grida che ha visto le fiamme alzarsi, lingue rosse come
draghi, e gli ulivi che si aprivano, si sfogliavano, per tutta la
notte in un solo boato.
Mi chiede dov’eravamo? Dov’eravamo noi mentre gli ulivi
cadevano ramo dopo ramo?
Rispondo un silenzio irrimediabile. E questa amarezza che
teniamo in gola e che cerchiamo di deglutire per anni.
Questa durezza, Nena, che ci fa tenere gli occhi bassi, e ci fa
fantasticare fino alla follia la storia di questo posto, perché se
è vero che gli ulivi hanno perso la loro guerra, noi vorremmo
ereditare il loro coraggio,
il loro odore di mondo contadino. Il loro verde di cortili, i loro
giochi di ombre.

Ascoltami, Nena.
Non ci sono eroi in tempo di carestia.
Ma ogni eroe che manca, c’è la voce di un poeta.
Uno che si è seduto qui, con noi, lo vedi?
Respira in questo segreto, respira da sopra la luna alta.
Gli chiedo: che fai Antonio? Ti avevamo immaginato come
un Eldorato ed invece sei parte di noi. Ti avevamo
immaginato sulle grandi narrazioni ed invece sei in questo
orto?
Risponde che la sua voce si è impigliata qui, e non può
restare altro che qui, per ribadire che non si interrompa l’idea
del dialogo con la terra, il grosso respiro, il sibilo lungo che si
può udire solo di mattina.
Gli dico che mi dispiace, mi dispiace non avergli potuto offrire
qualcosa di meglio
Risponde di non preoccuparmi, che per oggi è tutto quello
che c’è da portare.
Questo, e il vento che batte contro le pietre.
Questo, e ogni goccia d’acqua che si distilla e cade.
Hai detto una goccia d’acqua, Antonio?
Ride:
Sì. Ho detto una goccia d’acqua e i campi e i prati, tutto
intorno.

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