domenica 18 agosto 2013

Dopo la sera per Antonio Verri ai Tu'rat


L'Orto dei Tu'rat in una fotografia di Santa Scioscio

Ridivento umidità
di Maurizio Nocera

Affondare nell’umidità dei Tu’rat è come immergersi nell’immensità
Il buio c’è già, quando arrivo all’orto. L’Orto dei Tu’rat. Nel cuore profondo della campagna messapica di Ugento, un po’ più piegata sui confini di Felline ceramicosa. Non conosco nessuno e non conosco neppure il significato della parola Tu’rat. Solo il Fondo Verri di Mauro Marino e Piero Rapanà mi sono stati complici. E il buio c’è già. Lascio l’auto in un posto che sembra essere una sorta di parcheggio agricolo. No. Forse. Sì. È un parcheggio agricolo. Scendo dall’auto. Mi guardo attorno. Tremenda ferita al cuore. Alcuni tronchi – con ancora quel che rimane della loro nobile dignità – di ulivi secolari sono anneriti dal fuoco d’un incendio doloso. Mi tremano le gambe. Quando un ulivo muore è come se un pezzo di carne del mio corpo se ne va via per sempre. Piango in silenzio. E m’avvio. Verso la luce dei fari. Non ci posso credere. Eppure i miei occhi vedono ancora. Dodici gigantesche mezze lune di pietre impilate a muretto a secco spuntano dalla terra come creste di calandre civettuole. Più m’avvicino e più le creste s’aprono al cielo. Riducono lo spazio d’un orizzonte ormai impiccato nel buio che pure c’è già. Non ci posso credere. Un’opera grandiosa. Un’architettura incredibile. In un posto incredibile. In un Salento di pietra. Ai confini del mondo. In un Sud che è più a Sud di ogni altro Sud. Qualcuno (Milena Magnani e Mino Specolizzi) mi si avvicina. Mi stringono la mano. Mi danno il benvenuto. Mi dicono: sono i Tu’rat. Un sistema per irrigare la sete desertica delle terre del Salento. Rispondo: Maestosi. Sono Monumenti della Natura. Solenni. Venerandi. Modernissime cisterne volanti condensanti l’umidità atmosferica. Trappole per gocce d’acqua cullate dai venti eolici sferzanti la terra tra i due mari. Misteriose Mezzelune fertili. Il buio, che c’era già, ora si dilata. Si fa spazio la luce. Non quella del sole, ma quella dell’arte, della cultura, della storia, dei paesaggi fatati. Eppure magati. M’immergo nei Tu’rat e sogno. Sento il corpo franarmi addosso. Mi sfascio in brandelli di botaniche siderali. E viaggio attraverso spazi umidi avvolgenti. Sento il bisogno di farmi umidità, goccia di rugiada. Mi lascio intrappolare tra una pietra e l’altra. Percolo e mi distendo dileguandomi nel sottosuolo. Mille radici di mille piante mi accolgono facendomi festa. C’è chi mi accarezza, chi mi offre una goccia di rugiada limpida come cristallo di Boemia, chi mi offre uno spazio ancora più umido di ogni altro, chi mi aiuta nell’affondamento. Più scendo nelle propaggini sotterranee e più sento in me la spensieratezza dei giorni felici. Di quando bambino, correvo a piedi nudi sul granulato delle cave di tufo, con mia nonna che mi gridava di stare attento a non pungermi con i rasapiedi. Ed io correvo correvo, e mi pungevo mi pungevo. Fino a quando la nonna non mi riacchiappava piangente e dolorante facendomi affondare i piedini nella fresca acqua della cisterna di tufo. Oh! Santa Freschezza. E Sante Parole di mia nonna. A quel tempo, correvo sulle tufine infuocate dal sole di agosto. Ora, invece, affondo negli ipogei dei Tu’rat e la freschezza mi assale da ogni parte. Il corpo mi si bagna di umori terragni. Vivo nell’immensità. E mi sperdo nel sogno lucido delle transe. Quando riemergo, alla luce dei faretti, qualcuno sta declamando dei versi. Li riconosco. Sono quelli scritti 30 anni fa da Antonio L. Verri. I poeti e i musici si alternano sotto la spessa umidità di un Tu’rat che, come una divinità senza epoca e senza religione, si erge glorioso nell’ampio cielo delle diversalità senza fine. Poi, sul podio, arriva la donna bionda venuta dal Nord. Legge. Declama Ascolta Nena. Un canto per Antonio L. Verri. Ecco. È una nenia che avvolge e riavvolge il mio corpo ormai stanco di arsure impossibili. Così ridivento umidità, e riaffondo bambino nell’utero della Grande Madre, che ora ha preso il nome di Tu’rat.

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ASCOLTA NENAper Antonio L. Verri
di Milena Magnani
Ascolta tu, Nena.
Ho visto qualcuno camminare sopra la mezza luna bianca.
Una sagoma che si intravede appena, pietra dopo pietra.
E forse è il nostro futuro in siesta, o in passeggiata silenziosa.

Si muove lento ca pare ca balla
Scalino dopo scalino.
Appare e scompare.
Cammina la vita che vola via.
Così magra.
Quelle giornate che abbiamo provato a trattenere con le mani.
Estati. Primavere. Domeniche.
Un movimento che proviamo fermare: oh!
Che proviamo di nuovo. Oh!
Ma niente.
Qualcuno cammina e dissolve… va verso la piantagione dei garofani
che l’attimo dopo non lo vedi già più…

Ascoltami tu, Nena.
Qualcuno si affaccia dietro la mezza luna rossa.
Si affaccia e
porge la mano  a noi, che siamo gli eredi dei
contadini poveri, e abbiamo le mani fredde fin da piccoli.
Ci fa strada dopo che ha fatto passare i braccianti, quelli
che hanno le schiene cotte per il sole, le tabacchine di Tricase,
le donne morse nelle case, quegli uomini pieni di
gioventù che sono andati ad ammalarsi all’Italsider.
Ci fa strada dopo che ha fatto passare mio zio, quello che
da sempre mi saluta con un pacchetto di sigarette Alfa,
sale su una 850 e scompare nelle miniere belghe.
Vieni? Ma dove andare? Devo seguirli, Nena?
Seguo e mi accodo a questa processione lenta, una processione
che si intravede appena
andiamo verso il deserto nuovo,
questo sagrato riarso, d’Oriente.

Ascolta Nena,
certe volte qualcuno
chiama da dietro la luna bassa!
Mi chiama insistente per nome: Lena!
Mi chiama di nuovo: Lena!
Vado e trovo mio padre poggiato alla porta di casa.
Sta fermo a fissare la strada.
Non gli dico più: non ci vai oggi a faticare in campagna?
Tanto lo so, che non ci va più.
È la storia di quando abbiamo espiantato la vigna.
Che dopo c’era chi lo diceva: - Prima o poi secca la terra.
Sicca sicca.

E infatti poi l’abbiamo guardata seccare,
fino a che gli occhi non hanno cominciato a farci male,
fino a che non siamo stati più capaci di sopportare l’accecamento.
Perché fa male quando arriva il deserto.
Anche se chiudi gli occhi lo senti, che striscia, sotto le pietre,
soffia e si intana come nu scursune…
Perché il deserto, qui, cresce e t’embroglia, e te fa la mascia
Cu le scrascie…
Lo vorrei chiedere a mio padre. Ma se poi tutto finisce,
se anche il cardo qui inaridisce, noi che dobbiamo fare?
Mio padre risponde con un biglietto del treno.

Che è meglio andarsene piuttosto che avere una patria,
perché una patria seppellisce le speranze sotto le crepe
fonde della terra
dice così e si si avvia
girato di spalle, mi fa un cenno di saluto con al testa.
Aspetta un attimo, che vuoi che faccia?
Ma l’attimo dopo non lo vedo già più.
Che se l’è inghiottito l’alito caldo di Oriente
questo sagrato delle lotte perse.

Vedi Nena?
Per ogni pizzico di rimpianto ti vorrei intonare una canzone,
per ogni pietra che ho impilato qui, ti vorrei dire che non mi arrendo,
che sasso dopo sasso, cerco di salvarmi con le mani,
luna dopo luna, cerco di capire questa terra nella notte,
come se la notte fosse un abisso dentro cui tuffarsi.

Ascolta Nena,
certe volte, contro questa parete batte un vento caldo,
da Est, porta odore di Santa Cesarea che è odore di zolfatare.
Porta la voce di qualcuno che grida.
Grida che è mara l’acqua te la funtana.
È mara mara… ca si nun era mara.
Perché al deserto non gli devi credere, il deserto si traveste
da pozzo per irrigare, che più pompi l’acqua, più l’acqua si
fa veleno, e più l’acqua si fa veleno, e più la terra si fa stanca
e cade.
E dopo, senti Nena cosa si canta in questo visito?
Si canta:
Ti avevo dato una terra buona e tu mi hai restituito un calco
di sale…
Ti avevo dato degli ulivi centenari e tu li hai lasciati bruciare.
Già:
Fuoco fuoco in questo visito…

Sentimi bene Nena.
Ogni tanto qualcuno grida.
Grida dietro il caseddho.
Grida che ha visto le fiamme alzarsi, lingue rosse come
draghi, e gli ulivi che si aprivano, si sfogliavano, per tutta la
notte in un solo boato.
Mi chiede dov’eravamo? Dov’eravamo noi mentre gli ulivi
cadevano ramo dopo ramo?
Rispondo un silenzio irrimediabile. E questa amarezza che
teniamo in gola e che cerchiamo di deglutire per anni.
Questa durezza, Nena, che ci fa tenere gli occhi bassi, e ci fa
fantasticare fino alla follia la storia di questo posto, perché se
è vero che gli ulivi hanno perso la loro guerra, noi vorremmo
ereditare il loro coraggio,
il loro odore di mondo contadino. Il loro verde di cortili, i loro
giochi di ombre.

Ascoltami, Nena.
Non ci sono eroi in tempo di carestia.
Ma ogni eroe che manca, c’è la voce di un poeta.
Uno che si è seduto qui, con noi, lo vedi?
Respira in questo segreto, respira da sopra la luna alta.
Gli chiedo: che fai Antonio? Ti avevamo immaginato come
un Eldorato ed invece sei parte di noi. Ti avevamo
immaginato sulle grandi narrazioni ed invece sei in questo
orto?
Risponde che la sua voce si è impigliata qui, e non può
restare altro che qui, per ribadire che non si interrompa l’idea
del dialogo con la terra, il grosso respiro, il sibilo lungo che si
può udire solo di mattina.
Gli dico che mi dispiace, mi dispiace non avergli potuto offrire
qualcosa di meglio
Risponde di non preoccuparmi, che per oggi è tutto quello
che c’è da portare.
Questo, e il vento che batte contro le pietre.
Questo, e ogni goccia d’acqua che si distilla e cade.
Hai detto una goccia d’acqua, Antonio?
Ride:
Sì. Ho detto una goccia d’acqua e i campi e i prati, tutto
intorno.

venerdì 2 agosto 2013

FondoVerri
Associazione Culturale - Presìdio del libro di Lecce
Iniziativa promossa da Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo
[primavera - estate 2013]

Parole Sante

Il 7 agosto, dalle 21.00, l'Orto dei Tu'rat, sarà luogo della terza edizione di Parole Sante, reading dedicato quest’anno al ventennale della scomparsa del poeta Antonio Verri.


Serve all'incontro la poesia, lo nutre di parole necessarie: il poeta e l'intorno, il suo stare, sussurrato di suoni che vengono, che dettano i versi... L'immateriale che si fa scrittura, parola, voce.
Serve all'incontro la poesia in Parole Sante. Un incontro tra i poeti e dei poeti con il pubblico. Un gioco di sguardi e di voci per ricordare Antonio Leonardo Verri in una notte d'estate...
Lui, il poeta di Caprarica di Lecce e di chissà quanti altri luoghi... umile e caparbio, certo nell’osare, spericolato e gentile, custode affettuoso di vite, sincero ed ingenuo, un angelo! Motore ideale - ed anche concreto, visto che il suo Fate Fogli di Poesia può essere considerato "manifesto" adottato dalle ultime generazioni letterarie - ispirazione e modello d’una necessità di dire e di dirsi, incontenibile, di una densità operativa che continuamente trova spinte di accelerazione e di completamento, coniugandosi con la generale onda di evidenza che caratterizza il territorio e la produzione culturale salentina.
C’è una poetica che nel Salento è sempre presente, si rinnova, viene fuori, in crescendo, suadente. La sua qualità culturale trova tempo e occasioni: dal popolare con i suoi riti, la festa, i suoni, le danze, il rammarico, le lotte, “la pascienza” e “lu fazza diu!” e… dalla voce dei “sommi”: Girolamo Comi, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Nicola De Donno, Salvatore Toma, Antonio Verri, Ercole Ugo D’Andrea, Rina Durante, Carmelo Bene... Quanti ne dimentico Padri/Madri d’una lingua inquieta, sempre in cerca che va e viene dalla terra con il suo incanto e dai travagli della luce... Radici, appartenenza, “timori” identitari, viaggi, scambi, lettere, riviste, traduzioni… Inquietudini ed estasi. Quanti clamori, quante relazioni, che fitto intreccio per tutto il Nocecento e ancora ora nell'amplificazione mediale. Che ricchezza! Firenze, la Spagna, la Francia, il Mondo intero, racchiuso in pagine che s’interrogano e trovano risposte, incanti, stupori. La dannazione della terra, la condizione della provincia e l’orgoglio d’un meridiano comportamentale fatto di strati, di sedimentazioni culturali sino all’oggi vitale e vitalistico in un riscatto montante, generoso d’opportunità creanti esposte al rischio dell'usura, del corto circuito mediatico...

Ecco allora Parole Sante creatura di Mino Specolizzi, Milena Magnani e dell'Associazione Orto dei Tu'Rat che in questa edizione è affidata agli allerta del Fondo Verri di Lecce. Una serata corale dove la voce dei poeti incontrerà l'ascolto.

Hanno dato la loro adesione
Francesco Aprile, Mario Carparelli, Luigi Del Prete, Orodè Deoro, Beppe Elia, Roberto Gagliardi, Simone Giorgino, Daniela Liviello, Anna Maria Mangia, Maira Marzioni, Gianni Minerva, Antonella Montagna, Matteo Maria Orlando, Francesco Pasca, Rosemily Paticchio, Ler Poeta, Luca Pottini, Piero Rapanà...


Dov’è l’Orto dei Tu’Rat? 
L’Orto dei Tu’Rat è sulla Strada Provinciale 290 Felline – Torre S. Giovanni / Ugento.
*  *  *
Per chi arriva dalla Superstrada Lecce - Gallipoli - Leuca: uscita Melissano / Felline, seguire per Felline, alla rotonda seguire per Felline, dopo circa 1 Km, in fondo svoltare a sinistra, superato il rifornimento di benzina, alla terza stradina, svoltare a destra costeggiate la strada tenendo la destra.

Per chi arriva dalla Litoranea Gallipoli - Torre san Giovanni: in località Posto Rosso, svoltare in Via Grazia Deledda, seguire a sinistra per Via Ignazio Silone, svoltare a destra sulla Strada Provinciale 266 per circa 4,1 Km, incontrando un incrocio seguire dritto per Felline, subito dopo una chiesetta diroccata, svoltare la prima a destra, costeggiate la stradina tenendo sempre la sinistra.

Per chi arriva dalla Litoranea Leuca - Torre San Giovanni (SP 91): giunti alla rotonda seguire per Felline, prima di giungere a Felline percorsi circa 3,8 Km svoltare a sinistra.
Per chi arriva da Racale - Ugento: giunti alla rotonda, svoltare in direzione Felline, dopo circa 1 Km, in fondo svoltare a sinistra, superato il rifornimento di benzina, alla terza stradina, svoltare a destra costeggiate la strada tenendo la destra.

lunedì 29 luglio 2013

Salvatore Toma, A great poet - Un articolo di Giusy Casciaro su 20centesimi

Sotto il sole caldo di luglio, non è difficile scorgere qualcosa che parla di lui. Ogni angolo, ogni stradina, nel piccolo borgo di Maglie, racconta storie e aneddoti legati a “quel matto”, a quel grande poeta che è stato Salvatore Toma.
Salvatore Toma a great poet: quegli adesivi che s’era fatto fare con cura e aveva sparso per tutta la sua cittadina: sugli angoli dei palazzi, nei bar, sui pali della luce, sulle finestre delle case antiche, sulla Maggiolino dell’allora sindaco Bernardo Pacella. Oggi, sulla vernice scrostata di una vecchia Cinquecento, quella frase è ancora intatta e porta con sé il sapore di un tempo. E lontano dai libri, dalle pagine ingiallite dei suoi manoscritti, dagli appunti degli addetti al settore, dai circoli letterari e dalla ricerca documentaristica, ci si ritrova catapultati in una realtà quasi onirica, una terra poetica, fatta di luoghi, piccoli oggetti e testimonianze che tracciano una mappa, raccontano storie e fanno conoscere da vicino chi è stato veramente l’uomo e il poeta...

Per continuare a leggere cliccare sul link sotto

http://www.20centesimi.it/blog/2013/07/23/dove-ha-vissuto-salvatore-toma-a-great-poet/

giovedì 18 luglio 2013

Antonio Verri e il Mocambo a Sternatia

Antonio, ultimo a destra e un gruppo di amici al Mocambo in una fotografia di Fernando Bevilacqua

di Maurizio NOCERA
Cosa volete mangiare stasera?

È sempre 
come stare 
tra vecchi amici, 
una sorta di cordata legata dalla storia della vita, nella sofferenza 
di sapersi sperduti 
in mezzo a due mari.

Carmela Sabato è una donna minuta, ben proporzionata, i muscoli e la carne giustapposti dove madre natura ritiene che lì debbano stare. Ha sempre, d’estate e d’inverno, dei vestitini che la fanno apparire un po’ magra. Il viso, poi, è sempre tirato al bello. Appena appena incipriato e le labbra quasi sempre attraversate da un’ombra fugace di rossetto. Non si muove a scatti, la signora del fuoco, ma fluisce sul pavimento senza pesantezze, senza rumori.
Il luogo in cui il marito ha destinato Carmela, nell’ineludibile divisione dei compiti familiari all’interno dell’osteria, è quello del camino, quasi sempre acceso su di un lato del grande bancone laminato e lucido come un paio di scarpe appena uscite dal calzolaio. Lo spazio del fuoco e delle braci sempre ardenti è piccolo per i movimenti di una qualsiasi persona. Però, come per incanto, Carmela Sabato riesce sempre a dominarlo e a gestirselo con grande perizia. Le sue mani, veloci e dalla presa ferrea, sistemano carboni, spianano la brace e, continuamente, tolgono o rivoltano grosse graticole di arrosti.
Si muove con leggerezza la donna del fuoco. Spesso, nessuno si accorge della sua presenza. Ad eccezione dell’uomo dei curli, Antonio L. Verri, che tutte le volte, appena entrato nell’osteria, ancora prima di salutare l’oste grande e buono, rivolge le sue attenzioni proprio alla minuta Carmela accarezzandola quasi con la sua voce di gufo appena svegliato una mattina di un triste autunno salentino.

«Ciao Carmela, come va la vita?».

«Bene Antonio. Tiriamo avanti. Qualche problema ce l’abbiamo pure noi. Non è molto che Vito ha deciso di aprire questo locale a Sternatia. Per cui, c’è tanto da fare, e la clientela non è ancora abbastanza folta. Comunque speriamo bene».

Carmela aggiunge legna d’olivo antico al fuoco che arde baldanzoso al centro del camino.
Vito Maniglio, l’oste grande e buono, quasi sempre lo trovi dietro il bancone con uno strofinaccio in mano che pulisce e ripulisce il piano d’appoggio. Saluta educatamente, poi, con fare meccanico, ma lo fa per nascondere la prima timidezza dell’incontro, passa e ripassa il tovagliolo nei pressi del posto del bancone che tu occupi, a dimostrazione che lì quel posto è ben pulito, che ti puoi fidare, che puoi stare a tuo agio.
L’oste è un uomo indubbiamente bello, una sorta di messapo antico dal corpo slanciato verso il cielo, le mani forti e i muscoli ben torniti sulle braccia. È evidente che è un uomo che non ha paura di affrontare e vincere qualsiasi lotta tra uomo e uomo, uomini, beninteso, che si intendono di vini del Salento.
L’uomo dei curli, Antonio L. Verri, che a sua volta è un uomo grande e forte, questo lo sa, per cui cerca di stare a debita distanza dalle spesse mani di questo oste sternatese, che però ha sempre il sorriso sulle labbra.

«Ciao Antonio, cosa ti do da bere. Il solito rosso?».

«Sì, il solito!».

«Quanti siete questa sera, e dove vuoi che ti aggiustiamo tavola?».

«Sul retro, no?, come sempre! Saremo quattro o cinque. Verrà il Bevilacqua da Muro, Aldo Bello e sua moglie Ada, Giuseppe Tondi e Giovanni Pranzo Zaccaria. Poi si vedrà se qualcun altro si aggiungerà alla compagnia».

Vito Maniglio poggia sul bancone un quartino e lo riempie di un rosso sangue vivo.

«Guarda Verri, questo vino proviene dalle uve delle campagne di Magliano. Un vino scelto personalmente da Cesarino De Santis. È stato stompato e curato alla vecchia maniera, per cui conserva tutt’interi i profumi e i sapori di un tempo. Assaggialo e dammi un parere».

L’uomo dei curli, Antonio L. Verri, si porta il bicchiere alle labbra e sorseggia il vino. Si sporca un po’ la barba, che spinosa gli giunge quasi fin dentro alla bocca da un lato sdentata. Si passa il dorso della mano sulle labbra coperte dai peli della barba e risponde:
«Sì, è vero. È proprio un buon vino. Ma tu dimmi, perché hai chiamato questo posto Mocambo?».

«Verri, forse non te l’ho ancora raccontata la mia storia, ma verrà il giorno in cui lo farò. Sappi comunque che Mocambo è un nome che io ho sentito e risentito nei lunghi anni dell’emigrazione in Svizzera, là dove, frequentandomi con altri lavoratori, soprattutto di lingua spagnola, favoleggiavamo di questo luogo di gioia, di vino e di buon mangiare. Da qui mi è nata l’idea di dare a questa locanda quel nome. Spero che mi sia di auspicio».

«Lo sarà di certo. Perché vedi, io amo questo posto. Amo Sternatia e la sua storia. C’ho fatto un libro qui. Per la verità il mio primo libro, quello a firma di Cesare De Santis con introduzione e cura mie. Il buon Cesare: un vulcano di insofferenza, uno che aveva molto sofferto, ma che faceva bizze incredibili. Furono mesi molto belli con lui e i suoi proverbi e i suoi racconti. Una miniera grica tutta nei cassetti. Il libro si finì subito. Millecinquecento copie. De Santis si faceva, con su una panca, tutte le feste de l’“Unità” e dell’“Avanti”. Litigava con tutti, anche con me, anche col sindaco che aveva speso un sacco di soldi. È stato quello l’unico libro che non mi è costato. Povero Cesare, gli perdonavo tutto. Era espressione del mondo magico contadino. E lui ricominciava».

«Conosco questo libro, Verri. È proprio attraverso esso che ho saputo di te. E, per la verità, leggendolo, sentivo come se ti avessi conosciuto da sempre. Forse tu non lo rammenti più, ma ci fu una sera, il 28 novembre 1988, cioè appena 7 giorni dopo l’apertura del locale, che tu arrivasti in osteria con alcuni tuoi amici per un incontro letterario. Con te c’era Fernando Bevilacqua, il greco Costas Valetas, Gigi Specchia, Giuseppe Tarantino, qualche altro amico del luogo, un amministratore del Comune di nome Spagna. Alla fine della serata, che io e mia moglie avevamo curato fin nei minimi particolari affinché sulla tavola non mancasse nulla, mi diceste che avevate mangiato e bevuto bene. Ancora oggi sono orgoglioso di quella serata. Orgoglioso di me, di Carmela, ma anche della nostra amicizia, Verri, nata in quel momento come per incanto. Di quell’indimenticabile incontro c’è anche una bella foto del Bevilacqua.
Tu, quella sera, non ti accorgesti di nulla, ma io non feci altro che guardarti e ammirarti. Per me eri quello che aveva ridato vita alle mie speranze di ex emigrante, che avevi avuto il coraggio di pubblicare un libro con la mia lingua dentro: il grico della Grecìa Salentina. E poi avevo conosciuto personalmente Cesarino De Santis, e quel suo libro, da te pubblicato, Col tempo e con la paglia (Storie rimate e no di un poeta e di un paese), me lo sono letto e riletto chissà quante volte. In un certo senso è il mio breviario. La sua copertina, la ricordi Verri?, tutta bianca con le scritte color seppia, si è oggi un po’ ingiallita, però tiene ancora. Tu e Cesare dedicaste quel libro a Gerhard Rohlfs, il grande studioso tedesco dei dialetti salentini, e a Stephanos Lambrinos, anch’egli docente presso l’università di Tübingen, e infine alla cara gente di Sternatia. Che libro, Verri! Che gran libro! Con tutte quelle lettere di Rohlfs e Lambrinos. Chi poteva mai sospettare che Cesarino De Santis, un contadino, uno come noi, avesse tutta quella corrispondenza con personaggi simili. Qui a Sternatia rimanemmo tutti a bocca aperta. Per la verità ancora lo siamo. Verri, tu e i tuoi amici cosa volete mangiare questa sera?».
..
«Mah!, fai un po’ tu. Gli amici che vengono sono un po’ di palato buono. Per cui portaci un po’ di cose nostre, melanzane, lampagioni, peperoni sott’olio, un po’ di alicette marinate, qualche cipollina all’aceto, un po’ di olive nere salate, un po’ di scapece se te la trovi, un po’ di arrosti della brava Carmela, e infine il supratavola. Ovviamente il tutto innaffiato di rosso, che non deve mai mancare».

«Va bene, va bene. Vedrò di fare del mio meglio, per come potrò».

Intanto Gianni e Rocco De Santis, cari figli del saggio contadino grico, suonano e cantano canzoni griche al ritmo dolcesalentino.