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martedì 28 gennaio 2014

Al Caffè Greco

La copertina del numero del Caffè Greco riletto da Alessandra Peluso

“CAFFÈ GRECO”
FASCICOLO UNICO DI LETTERATURA, OTTOBRE, LECCE 1980.

Una rilettura di Alessandra Peluso

Ho un tesoro fra le mani, non  posso non lasciarlo parlare, gridare, la poesia militante, proletaria di Antonio Verri.
Il fascicolo unico di letteratura “Caffè Greco” curato da Antonio Verri ospita contributi di Rina Durante, Lucio Conversano, Pino Maggiore, Roberta Pappadà, Giuseppe Ianne. Nomi sconosciuti ai più, anche alla sottoscritta che legge e rilegge affascinata e incantata nei confronti di un passato che ha dato origini alla poesia salentina, al Sud quello di dolore, guerre, lotta di classe, sofferenza, aridità - un Sud che voleva a tutti i costi cambiare e farsi amare.
Il Sud - il nostro Sud -  deriso dimenticato non certo dalla penna di Antonio Verri.
Si rabbrividisce a leggere i passi del “Caffè Greco”, sembra che i versi parlino, che ogni parola abbia un eco che ancora oggi va ascoltato.
Scrive Rina Durante ai giovani del Caffè Greco, a noi giovani: «Della poesia ho un'idea ecologica: esiste la comunità (Melendugno o New York, non fa differenza), fatta di gente che zappa, che fabbrica, che compra, che vende, che fa poesia. Fare il poeta è un mestiere. Chi lo sa fare bene è un poeta collettivo. Fare il poeta, (ma anche lo scrittore), è faticoso, perché è una grande fatica trovare la verità di tutti, ma ancora di più dirla a tutti. In un mondo che sempre più rinuncia al proprio volto, che fa di tutto per mistificarsi che tende all'appiattimento e al livellamento universale fare il mestiere di poeta è sempre più difficile». Allora - siamo negli anni '80 come adesso negli anni del secondo millennio - la  cultura tende ad essere sempre di più livellata, sterile, strumentalizzata a fini utilitaristici dove l'unico scopo è quello del “divertissiment”, distrarre.
La poesia, la scrittura che tesse e ha tessuto la storia del Salento, del Sud è invece quella sofferta, vissuta, di lotta e conquista, di dolore verso una terra che alle volte sembrava indifferente alle grida di dolore.
Nonostante tutto c'è stato chi ha creduto nel potere della poesia, della conoscenza e aleggia fortunatamente sulle nostre teste, veglia sulle nefandezze, sulla nullità italiana.
Molti hanno creduto che essere poeti significava offrire versi per difendere il proletariato, i lavoratori, chi si sporcava le mani con la terra. Ed oggi a favore di chi o cosa si dovrebbe scrivere? Non esiste una politica, non esistono ideologie, non esistono coloro che difendono i diritti, i valori universali, la propria patria. O se ci sono non si vedono. Esistono però i poeti che scrivono la vita e cercano in qualche modo di dare speranza. «Come? Ora non conosci la conosci la vita neanche tu? … La tua composizione di sangue e di ossa è la pietra / focaia che non incendia più neanche ipoteticamente. / É cambiata la tua botte visualistica? / Hai compresso senza scoppio e l'aderenza / è pellurica». (Lucio Conversano).
Si leggono versi che parlano degli abitanti di un Sud emigrante, che descrivono la terra calda, l'odore buono del pane che brucia, l'aspro arancio dell'orto. «E guarda muto / nell'infinito / mare d'aria / alla ricerca / degli affetti / che non moriranno / mai. / E soffrendo non s'appaga / e vive / ricordi / lontani / sempre vicini / giustizia sociale / chiedendo / senza / pietà».
C'è la sperimentazione di fare poesia che appaia diversa nella forma con i dovuti spazi, i silenzi, ai quali solo il lettore ha il potere di dar forma, di darne un senso. (Pino Maggiore).
Ci sono molte altre voci nel fascicolo “Caffè greco” e c'è la bellezza disincantata di una nota di Antonio Verri scritta il 12 ottobre del 1980 che si scusa di certe imperfezioni, refusi o deficienze in sede di correzione di bozze. Che meraviglia!
Come si fa - mi chiedo - a dare retta alle imperfezioni, a tutte queste formalità descritte dal nostro Antonio quando - ammesso che ci siano - sono solo distrazioni che non possiamo permetterci di fronte a materia infuocata, a parole che parlano, ti arrivano, bruciano come magma incandescente, sono un senso contro il quale nessun errore ortografico ha valore e significato di esistere. Forse adesso si dà più retta alla forma perché la sostanza manca, e ciò che si vuole dire non ha forse un potere, un'energia così devastante da confondere e credere all'esserci, a ciò che è e non ciò che si vuole dimostrare tra orpelli e maschere varie.
La poesia è vita: necessità, esigenza, idee, sensazioni, emozioni ed è di questo che occorre parlare, di vita e viverla ognuno dando la propria testimonianza e il contributo perché tante morti di poeti (mi rivolgo anche alle donne) salentini e non, non siano state inutili. Perché le loro morti siano da monito per lottare con la penna, o con i propri strumenti a rinnovarsi o meglio a ritornare per fare una poesia militante che distrugga le ragnatele dell'ipocrisia e della menzogna, del perbenismo, che racconti la verità e che sia ascoltata perché cambiare si può, deve esserci la speranza non disillusa, ma sincera utile a dar forza e coraggio alla vita che - nonostante tutto - va vissuta.  

martedì 24 dicembre 2013

"Marsia - variazioni poetiche" per Antonio L. Verri

La copertina del numero di Marsia (Progedit - Bari) dedicato a Verri a cura di Salvatore Francesco Lattarulo

di Alessandra Peluso 

Permanere nell'indifferenza e vagare nella superficialità sarebbe stato per Antonio Verri un sacrilegio, un'altra morte non parlare della poesia, della cultura e della sua fondamentale importanza. Per questo e per molti altri motivi non potevo non soffermarmi a leggere la rivista “Marsia. Variazioni poetiche”, pubblicata da Progedit, dedicata ad Antonio Verri, alla sua personalità e alla forte mancanza sentita in particolar modo dalle persone che lo hanno conosciuto.
Il numero della rivista è curato dalla sensibilità di Salvatore Francesco Lattarulo, attonito quando scopre che nel paese natale del poeta - Caprarica di Lecce - non ci sia nulla di dedicato a lui: una statua, un busto, una via. Forse non c'è tanto da meravigliarsi, forse ad Antonio Verri non avrebbe fatto piacere non amando l'apparire, l'ostentazione ma sarebbe stato contento se il suo nome fosse stato utilizzato per unire gli uomini, gli amici, i lettori in nome della poesia e della cultura. 
A tal proposito si legge: «Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia / ai politici, gabellieri d’allegria, / a chi ha perso l’aria di studente spaesato / a chi ha svenduto lo stupore di un tempo … », perché - scrive Stefano Donno - sia di stimolo alle nuove generazioni che pubblicano e creano, che sia un monito al recupero dello stupore forse, dell’onestà intellettuale meglio. Su questa grande personalità a Lecce è sorto “Il Fondo Verri” curato da Mauro Marino e Piero Rapanà: luogo davvero unico di leggende e scritti di e su Verri se ne possono trovare con discreta generosità. (p. 34). E come dar torto a Donno che conosce e ama profondamente la poetica verriana e la storia della poesia salentina.
Ed ancora nell'intervento di Sergio Torsello si legge: «La scrittura di Verri era una scrittura verticale, addirittura vertiginosa. Perché poggiava su radici solide e profonde. L’esatto contrario, insomma, di una scrittura orizzontale». (p. 32). Numerosi gli interventi e le testimonianze contenute in questo numero di “Marsia” come quello ad esempio di Maurizio Nocera, Carlo Alberto Augieri, Salvatore Colazzo, Antonio Errico. 
È evidente l'entusiasmo, l'affetto, la stima e l'estrema cura nei riguardi di Antonio Verri che avrebbe meritato che il paese cambiasse nome in suo onore: «Io stesso, da tempo, sto cercando di dare corpo all’idea di Vittore: far diventare Caprarica di Lecce “Caprarica del poeta”». (Fernando Bevilacqua, p. 61). Senza alcun dubbio è stata una fortuna conoscere personalmente Verri, e un dolore acuto perderlo e forse anche per questo, per tentare di colmare questo vuoto, un'assenza nella letteratura salentina e nazionale che merita oggi di esserci non soltanto per poesie meravigliose, scritti come il “Declaro”, “Il pane sotto la neve” che occorre salvare dall'oblio, ma per l'onestà intellettuale che apparteneva ad Antonio Verri, il senso di umanità. Va salvaguardato e diffuso tutto: essenza ed esistenza, uomo e scrittura.
Si legge: «Non c’era pensiero, non c’era visione, neppure l’attimo di un giorno che non si trasformasse in scrittura. Le creature, i paesaggi, un batticuore, i fondali dell’esistere, un pulviscolo dorato, il padre, la madre, gli amici, le tenere malinconie, le lucide ossessioni, per Antonio Verri non erano altro che pretesti per versi, narrazioni. Forse come Zarathustra di Nietzsche pensava: aspiro forse alla mia felicità? Io aspiro alla mia opera». (Antonio Errico, p. 68).
Un personaggio articolato e complesso, visse molto intensamente e generosamente, profuse immense energie per costruire un mondo poetico da abitare. Visse poeticamente e morì tragicamente - scrive Salvatore Colazzo - riprendendo il ruolo che la poesia aveva per l'amico Verri e parimenti sia oggi dopo vent'anni: «la poesia è fiamma che consuma, è l’incontenibilità della vita che esonda e produce parole come fossero eruzioni laviche». (p. 82).
Ispirazione e modello di una necessità di dire e di dirsi incontenibile, passione esaustiva pervade il lettore che resta totalmente rapito dalla magnificenza raccontata in “Marsia”. Contributi che devono essere centellinati come versi, letti, meditati e poi sperare di riconoscere e condividere con l'altro, gli altri lo stesso amore spregiudicato che Antonio Verri ha avuto per la poesia sofferta, vissuta in ogni particolare, dettaglio, nulla è stato lasciato al caso per Verri nemmeno la morte.
Conoscere e diffondere per quanto sia possibile la produzione verriana è un atto di generosità che spetta non solo ai salentini ma agli italiani tutti, un modo per ringraziare chi per la cultura ha dedicato una vita intera senza profitti né lucri né fini egoici, uno spirito cosmopolita da assumere come modello e dal quale attingere.    

lunedì 23 dicembre 2013

Antonio Antonio!


La copertina del libro edito nel 2003 da "il laboratorio" di Aldo D'Antico a Parabita
Antonio Antonio,
o dell'amicizia
di Alessandra Peluso

Nostalgia, affetto, ammirazione emergono in “Antonio Antonio, o dell'amicizia” di Maurizio Nocera nei confronti di Antonio Verri.
Uomini che hanno condiviso l'amicizia, ma soprattutto l'amore per la cultura, la libertà nella conoscenza, in un sapere  non accademico né vincolato in mura pregiate ma sconfinato, in un sapere profondamente impegnato. Così com'era Antonio Verri, poeta salentino, impegnato, che il professore Nocera e molti suoi amici hanno tenuto vivo il ricordo. Emblema di umanità, vi è  costantemente e con zelo la volontà di diffondere le vastissime opere verriane e in particolar modo il suo essere poeta.
Per comprendere la grandezza di Verri è necessario leggerlo e accostarsi da vicino al suo pensiero, alla vasta mole di versi liberi, sciolti da ogni artificio e faziosità, liberi di essere espressione di se stesso, liberi da catene e padroni, perché il poeta non amava vincoli né compromessi. Ha tentato di insegnare la passione verso la poesia e la cultura, amando intellettuali dediti al sapere, coinvolgendo i giovani in un impegno sociale per un cambiamento.
Lo crede lo stesso Nocera che in “Antonio Antonio, o dell'amicizia” scrive versi dedicati a Verri, narra episodi che coinvolgono il poeta come si legge nella bellissima “Castra Minervae”: «Dondolavi dolcemente sul tuo splendido cavallino bianco / ricordo di luoghi di tempi lontani, / forse i più belli, forse i più cari / curlandoti fra le grosse mani / i magici Canti orfici di Campana». (p. 45).
Risuona incessante l'eco del passato che non si può né si deve dimenticare. Vige imperante la stima e l'affetto verso un uomo che nonostante gli sforzi non è ancora conosciuto e non ha i meriti che dovrebbe. Forse Antonio Verri da persona schiva ed umile com'era non avrebbe amato orpelli o riconoscimenti, ma senza dubbio avrebbe apprezzato la voglia di condividere con entusiasmo la poesia, la scrittura: strumenti infallibili che indicano libertà, intelligenza e onestà intellettuale. Occorre prendersi cura di Verri e Maurizio Nocera lo sa bene, e ad oggi continua a farlo in segno di un'amicizia che ha il sapore dell'eterno. 
Mentre nei versi dell'autore si avverte tutto l'odore di una terra salentina amara, gravida di “ritmi transmatici di un Salento rosso di fuoco”.
Veleggia passione, solitudine, nostalgia, rimpianti, malinconia, un passato che Maurizio Nocera mantiene vivo e alimenta con significativi sensi e significati che la poesia esprime.
Leggere “Antonio Antonio, o dell'amicizia” provoca tutto e il contrario di tutto, la memoria e l'oblio, la gioia e il dolore, la bellezza e la meschinità, l'aridità e la fertilità di un'identità forte e fragile allo stesso tempo come quella di Antonio Verri. Immergersi nei versi del professor Nocera è d'obbligo, è un atto dovuto a chi ci ha lasciato ma soltanto fisicamente ed è altrettanto opportuno ricordare la produzione letteraria di Verri, gran parte in luce grazie al lavoro dei suoi fedelissimi amici ma ancora tanto deve essere conosciuto, perché un eclettico e poliedrico come Antonio Verri non si stancava mai di diffondere il sapere e intrecciare amicizie - quelle vere - che oggi purtroppo mancano o son rare.
Antonio che sognava e amava che gli altri sognassero, “Antonio caput mundi” come lo definisce degnamente l'amico Maurizio: «Mi parve di vederti / in un'aura di luce / al tepore della pietra nascosta / ai piedi di Torre sant'Emiliano / dalle parti di nostra Magna Mater. / Era la luce, / Antonio, / poi venne il buio / per sempre». (pp. 109-110). Non permettiamo che questo buio resti fitto e denso, immobile e insensibile alla luce, ma anzi cerchiamo di penetrare nel mondo incantevole di Antonio Verri, nella sua illimitata sensibilità, lasciando affondare i versi taglienti e vivi di “Antonio Antonio, o dell'amicizia” perché giungano senza impedimento alcuno nella mente e nell'anima di ognuno di noi, di un lettore che non abbia a confrontarsi con il rimorso di non aver conosciuto Antonio Verri o con il rimpianto di non aver fatto qualcosa per lui.
E per tal motivo Maurizio Nocera - che non ama definirsi poeta - scrive in versi come necessità prioritaria di far ascoltare le “voci” poetiche di Antonio Verri e Salvatore Toma: i Poeti che non si può non ascoltare, non amare!

venerdì 22 novembre 2013

Verri nel libro di Simone Giorgino

 
di Alessandra Peluso 
(da Affari Italiani 28 agosto 2013)
 
Dopo una lunga attesa è stata data alla luce un'importante opera dedicata ad un poeta salentino, Antonio Verri, una variegata personalità di sentimento e passione, una mente singolare.
Simone Giorgino con “Antonio L. Verri. Il mondo dentro un libro” merita un plauso per il considerevole lavoro di ricerca attuato non solo sulla biografia di questa grande figura scomparsa tristemente prima di veder luce e considerazione sulla sua vasta produzione poetica e prosaica, ma anche perché offre in modo esaustivo il mondo verriano dentro un libro.
Antonio Verri - racconta Giorgino - è un autore sedotto dalla neoavanguardia e dal post-modernismo, attento alle più ardite sperimentazioni linguistiche da Gadda, a D'Arrigo sino a Joyce e Queneau ma anche radicato alle radici salentine cercando di recuperare e valorizzare la cultura salentina nei confronti di quella europea. Molti sono i versi dedicati all'amico Vittorio Bodini e a Carmelo Bene, convinto della genuinità della poesia e contrario ad ogni forma di perbenismo, di ostentata cultura, si dimostra un poeta che ha una decisa funzione sociale. «Il poeta ha sempre di più responsabilità e problemi di linguaggio, di stile, di aderenza a una realtà abbastanza complessa, di tensione, di rivolta». (p. 53).
È  l'uomo in rivolta - come direbbe Camus -   che tenta di fornire una soluzione al problema della rivolta nella storia e di riabilitarla come «valore fondatore d’umanità», contro le sue deviazioni, aprendo la strada ad un’etica della misura oltre l’idealismo morale e il realismo cinico. 
“Antonio L. Verri. Il mondo dentro un libro” trabocca di un'umana passione propria di Verri e ne fa assaporare tutta la sua veemenza e integrità intellettuale nei riguardi dell'uomo, della società del tempo. Attivo e impegnato Antonio Verri ricerca la propria verità convinto che ognuno debba seguire l'autenticità dell'essere salentino integrato in un mondo europeo e in un'epoca della globalizzazione che stava alla fine degli anni novanta emettendo i primi vagiti.
Viaggiatore non solo esistenziale intende portare a compimento il suo sogno: scrivere il mondo dentro un libro, non è dato saperlo se questo avverrà, o meglio occorre leggere la storia per aver quanto meno la possibilità di esprimere un giudizio.
L'autore presenta un patrimonio culturale per nulla indifferente, delicato e attento a riportare le molteplici pubblicazioni di Verri, molte delle quali sparse e frammentate presso piccole case editrici del nord, come anche le riviste. Eh sì, perché spesso capita di non comprendere i tesori e di gettarli via dalla finestra per essere poi raccolti da chi di passaggio ne coglie la bellezza e il valore.
È un poeta, uno scrittore, un pubblicista, un uomo che non si può dimenticare Antonio Verri - originario di Caprarica di Lecce - d'animo generoso come pochi, sensibile, straripante di entusiasmo, dalla capacità straordinaria di coinvolgere inevitabilmente chi lo conosceva oltre agli amici più cari. La poesia si legge nel “Il pane sotto la neve” (che non è fuoco minore come pure ho scritto) la si lascia per i brutti tonfi, per le dolcezze, per le disperazioni, per gli incanti. (p. 70). Come un grosso tonfo lo procura la pubblicazione nel 1987 de La Betissa. Saga composita dell'uomo dei curli e di una grossa signora: una storia geniale in versi liberi e irregolari ambientata sul promontorio di Castro - come del resto tutte le sue narrazioni -  che come scrive Simone Giorgino rivela una critica aspra contro una società massificata e mercificata.
Ma il poeta Antonio Verri è anche l'uomo del conflitto, l'uomo che cerca se stesso, la propria identità, ed è lo stesso “conflitto” che lo condurrà ad una probabile delusione nel comporre “Declaro. Il mondo dentro un libro”: un progetto sedimentato che fuoriesce come magma incandescente.
Per comprendere la grandezza di Verri è necessario leggerlo e accostarsi da vicino al suo pensiero, alla vasta mole di versi liberi, sciolti da ogni artificio e faziosità, liberi di essere espressione di se stesso, liberi da catene e padroni, perché il poeta non amava vincoli né compromessi. Ha tentato di    insegnare la passione verso la poesia e la cultura, amando intellettuali impegnati che detestavano  i “borghesucci” e coinvolgendo i giovani in un impegno sociale per un cambiamento. Non è dato saperlo in realtà se ci fosse riuscito, ma possiamo dire ora quanto Verri sia prestigioso come uomo e come poeta, scrittore, e autorevole sia per i salentini che per gli italiani, e questo è possibile soprattutto per il lavoro effettuato da intellettuali come Simone Giorgino.