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lunedì 23 dicembre 2013

Antonio Antonio!


La copertina del libro edito nel 2003 da "il laboratorio" di Aldo D'Antico a Parabita
Antonio Antonio,
o dell'amicizia
di Alessandra Peluso

Nostalgia, affetto, ammirazione emergono in “Antonio Antonio, o dell'amicizia” di Maurizio Nocera nei confronti di Antonio Verri.
Uomini che hanno condiviso l'amicizia, ma soprattutto l'amore per la cultura, la libertà nella conoscenza, in un sapere  non accademico né vincolato in mura pregiate ma sconfinato, in un sapere profondamente impegnato. Così com'era Antonio Verri, poeta salentino, impegnato, che il professore Nocera e molti suoi amici hanno tenuto vivo il ricordo. Emblema di umanità, vi è  costantemente e con zelo la volontà di diffondere le vastissime opere verriane e in particolar modo il suo essere poeta.
Per comprendere la grandezza di Verri è necessario leggerlo e accostarsi da vicino al suo pensiero, alla vasta mole di versi liberi, sciolti da ogni artificio e faziosità, liberi di essere espressione di se stesso, liberi da catene e padroni, perché il poeta non amava vincoli né compromessi. Ha tentato di insegnare la passione verso la poesia e la cultura, amando intellettuali dediti al sapere, coinvolgendo i giovani in un impegno sociale per un cambiamento.
Lo crede lo stesso Nocera che in “Antonio Antonio, o dell'amicizia” scrive versi dedicati a Verri, narra episodi che coinvolgono il poeta come si legge nella bellissima “Castra Minervae”: «Dondolavi dolcemente sul tuo splendido cavallino bianco / ricordo di luoghi di tempi lontani, / forse i più belli, forse i più cari / curlandoti fra le grosse mani / i magici Canti orfici di Campana». (p. 45).
Risuona incessante l'eco del passato che non si può né si deve dimenticare. Vige imperante la stima e l'affetto verso un uomo che nonostante gli sforzi non è ancora conosciuto e non ha i meriti che dovrebbe. Forse Antonio Verri da persona schiva ed umile com'era non avrebbe amato orpelli o riconoscimenti, ma senza dubbio avrebbe apprezzato la voglia di condividere con entusiasmo la poesia, la scrittura: strumenti infallibili che indicano libertà, intelligenza e onestà intellettuale. Occorre prendersi cura di Verri e Maurizio Nocera lo sa bene, e ad oggi continua a farlo in segno di un'amicizia che ha il sapore dell'eterno. 
Mentre nei versi dell'autore si avverte tutto l'odore di una terra salentina amara, gravida di “ritmi transmatici di un Salento rosso di fuoco”.
Veleggia passione, solitudine, nostalgia, rimpianti, malinconia, un passato che Maurizio Nocera mantiene vivo e alimenta con significativi sensi e significati che la poesia esprime.
Leggere “Antonio Antonio, o dell'amicizia” provoca tutto e il contrario di tutto, la memoria e l'oblio, la gioia e il dolore, la bellezza e la meschinità, l'aridità e la fertilità di un'identità forte e fragile allo stesso tempo come quella di Antonio Verri. Immergersi nei versi del professor Nocera è d'obbligo, è un atto dovuto a chi ci ha lasciato ma soltanto fisicamente ed è altrettanto opportuno ricordare la produzione letteraria di Verri, gran parte in luce grazie al lavoro dei suoi fedelissimi amici ma ancora tanto deve essere conosciuto, perché un eclettico e poliedrico come Antonio Verri non si stancava mai di diffondere il sapere e intrecciare amicizie - quelle vere - che oggi purtroppo mancano o son rare.
Antonio che sognava e amava che gli altri sognassero, “Antonio caput mundi” come lo definisce degnamente l'amico Maurizio: «Mi parve di vederti / in un'aura di luce / al tepore della pietra nascosta / ai piedi di Torre sant'Emiliano / dalle parti di nostra Magna Mater. / Era la luce, / Antonio, / poi venne il buio / per sempre». (pp. 109-110). Non permettiamo che questo buio resti fitto e denso, immobile e insensibile alla luce, ma anzi cerchiamo di penetrare nel mondo incantevole di Antonio Verri, nella sua illimitata sensibilità, lasciando affondare i versi taglienti e vivi di “Antonio Antonio, o dell'amicizia” perché giungano senza impedimento alcuno nella mente e nell'anima di ognuno di noi, di un lettore che non abbia a confrontarsi con il rimorso di non aver conosciuto Antonio Verri o con il rimpianto di non aver fatto qualcosa per lui.
E per tal motivo Maurizio Nocera - che non ama definirsi poeta - scrive in versi come necessità prioritaria di far ascoltare le “voci” poetiche di Antonio Verri e Salvatore Toma: i Poeti che non si può non ascoltare, non amare!

lunedì 14 ottobre 2013

Aldo De Jaco e Antonio Verri, un dialogo

De Jaco in un disegno di Santa Scioscio



 a cura di Maurizio Nocera
«Sta nelle nuvole il nostro mestiere
e aspetta come un figlio
d’essere partorito»
(Aldo De Jaco)

Aldo De Jaco in una fotografia di Claudio Longo

Aldo De Jaco (Maglie, 23 gennaio 1923 – Roma, 13 novembre 2003). Figlio di ferroviere, per questo amava i treni e le stazioni ferroviarie. Nel 1942, si iscrisse ad Architettura a Napoli, ma non si laureò mai. Nel 1944, inizia la sua attività di giornalista presso il quotidiano napoletano «La Voce». Visse a Napoli fino al 1963, poi a Roma, sempre militando nel Pci e, per questa sua attività politica, fu più volte rinchiuso in carcere (una prima volta a Napoli, ed una seconda volta (1967) ad Atene, durante la dittatura dei colonnelli, perché manifestava per la libertà degli scrittori antifascisti e democratici greci.
De Jaco esercitò la sua attività  professionale di giornalista presso «L’Unità», «Paese Sera» e fu corrispondente e inviato per «il Contemporaneo», «Rinascita», «Prove», «Le ragioni Narrative», «Cronache Meridionali», «La Battana». Scrisse anche su molti altri giornali nazionali e salentini. Per alcuni decenni fu Segretario generale del Sindacato Nazionale Scrittori. Ha scritto libri di storia, di narrativa, di poesia, molti dei quali tradotti anche in Germania, Urss, Bielorussia, Grecia, Bulgaria, Romania, Cecoslovacchia e Cina. Ha scritto la sceneggiatura del film Quant'é bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini e, per la Rai Radio Uno, collaborò alle venti puntate di Voci e volti della questione meridionale. Per la televisione, la Rai ha trasmesso Opere Teatrali con il titolo Nella città di mezzo, opera in due tempi. Del libro di De Jaco La città insorge: le quattro giornate di Napoli, del 1956, il regista Nanni Loy si ispirò per il suo film Le quattro giornate di Napoli (1962).

Opere
Racconto del Sud, Edizioni Sud, 1946 (non distribuito).
Le domeniche di Napoli, Einaudi, Torino 1954. Premio Salento (opera prima).
La città insorge : le quattro giornate di Napoli, Editori Riuniti, Roma 1956.
Una settimana eccezionale, Mondadori, Milano 1959. Premio Settembrini (Mestre).
Viaggio di ritorno, Einaudi, Torino 1966. Premio Castellamare.
Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, Roma 1969. Riedito nel 2005 da Editori Riuniti.
Colonnelli e resistenza in Grecia, Editori Riuniti, Roma 1970.
Antistoria di Roma capitale : cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, Roma 1970.
Gli anarchici: cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, Roma 1971 (Riedito nel 2006 da Editori Riuniti)
Di mal d'Africa si muore : cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, Roma 1972.
Inchiesta su un comune meridionale : Castelvolturno, Editori Riuniti, Roma 1972.
I socialisti : cronaca inedita dell'Unità d'Italia, Editori Riuniti, Roma 1974.
Con finale in prigione, Marsilio, Venezia 1975.
Vocazione agit prop, Marsilio, Venezia 1975. Premio Calabria.
Diario tre esse 1975-76. Con testi di Aldo De Jaco. Società editrice unitaria sindacale, 1975.
I giorni della libertà : diario di tutti, 1943-1947. Editrice sindacale italiana, 1076.
Ieri oggi domani la cooperazione. Editrice Cooperativa, 1979.
Diario di un ospite ingrato, Editrice Ciminiera, 1981.
Napoli monarchica,milionaria,repubblicana, Newton Compton Editore, Roma 1982.
Nel giardino del cattivo amministratore. Levante, Roma 1983.
Nica libre : ovvero visita a una giovane rivoluzione. Il Ventaglio, Roma 1984.
I cinque anni che cambiarono l'Italia. Diario fotografico di noi tutti : 1943-1947, Newton Compton Editori, Roma 1985. Premio Fregene e Premio Presidenza del Consiglio.
Stazioni di posta. Edizioni Il Laboratorio, Parabita 1986. Premio Napoli.
La casa di tufo. Erreci edizioni, Maglie 1986.
Opere teatrali : il ciclo dello "Scialle nero" e il ciclo de "Il grande vecchio". Todariana editrice, 1989.
Dodici lettere da Varna. JN editore,  1990.
Il tappeto persiano. Erreci edizioni, Maglie 1992.
La città insorge : le quattro giornate di Napoli. Monteleone, Roma 1995.
In viaggio con Prodi, (A.De Jaco - M.Nardi). Monteleone, Roma 1996.
Napoli, settembre 1943. Dal fascismo alla Repubblica. Vittorio Pironti Editore, Napoli 1998.
Briganti e piemontesi : alle origini della questione meridionale. Rocco Curto Editore, 1998.
Fine di un gappista : Giorgio Formiggini e lo stalinismo partenopeo, Marsilio, Venezia 1999.
Un po' di Napoli in tre racconti. Vittorio Pironti Editore, Napoli 1999.
1943. La Resistenza al Sud. Cronaca per testimonianze. Argo, Lecce 2000.
Nc'era na fiata na muscia nchiata. Edizioni dell'U.N.S.
La valigia di cartone. Viaggio (negli anni '60) nell'Europa degli emigrati. Bleve, Tricase 2000.
Dopo Teano. Storie d'amore e di briganti. Lacaita, Manduria 2001.
Lungo viaggio di ritorno, Manni editore, Lecce 2002.
C'era una volta - poesia come memoria, Kurumuny, Calimera 2004.

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ALDO DE JACO E ANTONIO L. VERRI UN’AMICIZIA FONDATA SUI LIBRI
Maurizio Nocera

Aldo De Jaco (Maglie 1923 - Roma 2003) e Antonio L. Verri (Caprarica di Lecce 1949-1993) si conobbero nell’ambito delle attività del Sindacato Nazionale Scrittori, di cui presidente era il giornalista magliese, all’epoca corrispondente di «Cronache Meridionali», «l’Unità», «Vie Nuove», «Rinascita», «Produzione & Cultura», e contemporaneamente anche scrittore di alcuni tra i libri più belli scritti su e intorno al Mezzogiorno d’Italia, tra cui Racconto del Sud (Napoli 1946); La città insorge/ Le quattro giornate di Napoli (Roma 1956, Vibo Valentia 1995); Gli anarchici (Roma 1971); Antistoria dell’Italia unita/ Il brigantaggio meridionale (Roma 1980); La casa di tufo (Maglie 1985); Stazioni di posta. Poesie (Parabita 1986); Il tappeto persiano (Maglie 1992); La Resistenza nel Sud (Lecce 2000); Lungo viaggio di ritorno (Lecce 2002); C’era una volta. Poesia come memoria (Calimera 2003).
Oltre cinquanta sono stati i libri pubblicati da Aldo De Jaco a partire dai famosi “Gettoni Einaudi” scelti da Elio Vittorini e Italo Calvino. Per lungo tempo fu presidente del Sindacato nazionale scrittori (Sns). 
Quando Antonio L. Verri conobbe per la prima volta Aldo De Jaco, aveva scritto già alcuni dei suoi libri più importanti, altri li stava scrivendo, tra questi: Il pane sotto la neve (per Otranto, per occasioni) (1983); Il fabbricante di armonia Antonio Galateo (1985); La cultura dei Tao (1986); La Betissa. Storia composita dell’uomo dei curli e di una grassa signora (1987); I trofei della città di Guisnes (1988); Gli atlanti di Ar (1990).
Io li conoscevo entrambi, anzi mi pare di ricordare che a presentare Aldo ad Antonio, forse fui proprio io, ché già da tempo ero socio del Sindacato Nazionale Scrittori e conoscevo il suo presidente per via della mia e sua attività politica.

domenica 18 agosto 2013

Dopo la sera per Antonio Verri ai Tu'rat


L'Orto dei Tu'rat in una fotografia di Santa Scioscio

Ridivento umidità
di Maurizio Nocera

Affondare nell’umidità dei Tu’rat è come immergersi nell’immensità
Il buio c’è già, quando arrivo all’orto. L’Orto dei Tu’rat. Nel cuore profondo della campagna messapica di Ugento, un po’ più piegata sui confini di Felline ceramicosa. Non conosco nessuno e non conosco neppure il significato della parola Tu’rat. Solo il Fondo Verri di Mauro Marino e Piero Rapanà mi sono stati complici. E il buio c’è già. Lascio l’auto in un posto che sembra essere una sorta di parcheggio agricolo. No. Forse. Sì. È un parcheggio agricolo. Scendo dall’auto. Mi guardo attorno. Tremenda ferita al cuore. Alcuni tronchi – con ancora quel che rimane della loro nobile dignità – di ulivi secolari sono anneriti dal fuoco d’un incendio doloso. Mi tremano le gambe. Quando un ulivo muore è come se un pezzo di carne del mio corpo se ne va via per sempre. Piango in silenzio. E m’avvio. Verso la luce dei fari. Non ci posso credere. Eppure i miei occhi vedono ancora. Dodici gigantesche mezze lune di pietre impilate a muretto a secco spuntano dalla terra come creste di calandre civettuole. Più m’avvicino e più le creste s’aprono al cielo. Riducono lo spazio d’un orizzonte ormai impiccato nel buio che pure c’è già. Non ci posso credere. Un’opera grandiosa. Un’architettura incredibile. In un posto incredibile. In un Salento di pietra. Ai confini del mondo. In un Sud che è più a Sud di ogni altro Sud. Qualcuno (Milena Magnani e Mino Specolizzi) mi si avvicina. Mi stringono la mano. Mi danno il benvenuto. Mi dicono: sono i Tu’rat. Un sistema per irrigare la sete desertica delle terre del Salento. Rispondo: Maestosi. Sono Monumenti della Natura. Solenni. Venerandi. Modernissime cisterne volanti condensanti l’umidità atmosferica. Trappole per gocce d’acqua cullate dai venti eolici sferzanti la terra tra i due mari. Misteriose Mezzelune fertili. Il buio, che c’era già, ora si dilata. Si fa spazio la luce. Non quella del sole, ma quella dell’arte, della cultura, della storia, dei paesaggi fatati. Eppure magati. M’immergo nei Tu’rat e sogno. Sento il corpo franarmi addosso. Mi sfascio in brandelli di botaniche siderali. E viaggio attraverso spazi umidi avvolgenti. Sento il bisogno di farmi umidità, goccia di rugiada. Mi lascio intrappolare tra una pietra e l’altra. Percolo e mi distendo dileguandomi nel sottosuolo. Mille radici di mille piante mi accolgono facendomi festa. C’è chi mi accarezza, chi mi offre una goccia di rugiada limpida come cristallo di Boemia, chi mi offre uno spazio ancora più umido di ogni altro, chi mi aiuta nell’affondamento. Più scendo nelle propaggini sotterranee e più sento in me la spensieratezza dei giorni felici. Di quando bambino, correvo a piedi nudi sul granulato delle cave di tufo, con mia nonna che mi gridava di stare attento a non pungermi con i rasapiedi. Ed io correvo correvo, e mi pungevo mi pungevo. Fino a quando la nonna non mi riacchiappava piangente e dolorante facendomi affondare i piedini nella fresca acqua della cisterna di tufo. Oh! Santa Freschezza. E Sante Parole di mia nonna. A quel tempo, correvo sulle tufine infuocate dal sole di agosto. Ora, invece, affondo negli ipogei dei Tu’rat e la freschezza mi assale da ogni parte. Il corpo mi si bagna di umori terragni. Vivo nell’immensità. E mi sperdo nel sogno lucido delle transe. Quando riemergo, alla luce dei faretti, qualcuno sta declamando dei versi. Li riconosco. Sono quelli scritti 30 anni fa da Antonio L. Verri. I poeti e i musici si alternano sotto la spessa umidità di un Tu’rat che, come una divinità senza epoca e senza religione, si erge glorioso nell’ampio cielo delle diversalità senza fine. Poi, sul podio, arriva la donna bionda venuta dal Nord. Legge. Declama Ascolta Nena. Un canto per Antonio L. Verri. Ecco. È una nenia che avvolge e riavvolge il mio corpo ormai stanco di arsure impossibili. Così ridivento umidità, e riaffondo bambino nell’utero della Grande Madre, che ora ha preso il nome di Tu’rat.

///

ASCOLTA NENAper Antonio L. Verri
di Milena Magnani
Ascolta tu, Nena.
Ho visto qualcuno camminare sopra la mezza luna bianca.
Una sagoma che si intravede appena, pietra dopo pietra.
E forse è il nostro futuro in siesta, o in passeggiata silenziosa.

Si muove lento ca pare ca balla
Scalino dopo scalino.
Appare e scompare.
Cammina la vita che vola via.
Così magra.
Quelle giornate che abbiamo provato a trattenere con le mani.
Estati. Primavere. Domeniche.
Un movimento che proviamo fermare: oh!
Che proviamo di nuovo. Oh!
Ma niente.
Qualcuno cammina e dissolve… va verso la piantagione dei garofani
che l’attimo dopo non lo vedi già più…

Ascoltami tu, Nena.
Qualcuno si affaccia dietro la mezza luna rossa.
Si affaccia e
porge la mano  a noi, che siamo gli eredi dei
contadini poveri, e abbiamo le mani fredde fin da piccoli.
Ci fa strada dopo che ha fatto passare i braccianti, quelli
che hanno le schiene cotte per il sole, le tabacchine di Tricase,
le donne morse nelle case, quegli uomini pieni di
gioventù che sono andati ad ammalarsi all’Italsider.
Ci fa strada dopo che ha fatto passare mio zio, quello che
da sempre mi saluta con un pacchetto di sigarette Alfa,
sale su una 850 e scompare nelle miniere belghe.
Vieni? Ma dove andare? Devo seguirli, Nena?
Seguo e mi accodo a questa processione lenta, una processione
che si intravede appena
andiamo verso il deserto nuovo,
questo sagrato riarso, d’Oriente.

Ascolta Nena,
certe volte qualcuno
chiama da dietro la luna bassa!
Mi chiama insistente per nome: Lena!
Mi chiama di nuovo: Lena!
Vado e trovo mio padre poggiato alla porta di casa.
Sta fermo a fissare la strada.
Non gli dico più: non ci vai oggi a faticare in campagna?
Tanto lo so, che non ci va più.
È la storia di quando abbiamo espiantato la vigna.
Che dopo c’era chi lo diceva: - Prima o poi secca la terra.
Sicca sicca.

E infatti poi l’abbiamo guardata seccare,
fino a che gli occhi non hanno cominciato a farci male,
fino a che non siamo stati più capaci di sopportare l’accecamento.
Perché fa male quando arriva il deserto.
Anche se chiudi gli occhi lo senti, che striscia, sotto le pietre,
soffia e si intana come nu scursune…
Perché il deserto, qui, cresce e t’embroglia, e te fa la mascia
Cu le scrascie…
Lo vorrei chiedere a mio padre. Ma se poi tutto finisce,
se anche il cardo qui inaridisce, noi che dobbiamo fare?
Mio padre risponde con un biglietto del treno.

Che è meglio andarsene piuttosto che avere una patria,
perché una patria seppellisce le speranze sotto le crepe
fonde della terra
dice così e si si avvia
girato di spalle, mi fa un cenno di saluto con al testa.
Aspetta un attimo, che vuoi che faccia?
Ma l’attimo dopo non lo vedo già più.
Che se l’è inghiottito l’alito caldo di Oriente
questo sagrato delle lotte perse.

Vedi Nena?
Per ogni pizzico di rimpianto ti vorrei intonare una canzone,
per ogni pietra che ho impilato qui, ti vorrei dire che non mi arrendo,
che sasso dopo sasso, cerco di salvarmi con le mani,
luna dopo luna, cerco di capire questa terra nella notte,
come se la notte fosse un abisso dentro cui tuffarsi.

Ascolta Nena,
certe volte, contro questa parete batte un vento caldo,
da Est, porta odore di Santa Cesarea che è odore di zolfatare.
Porta la voce di qualcuno che grida.
Grida che è mara l’acqua te la funtana.
È mara mara… ca si nun era mara.
Perché al deserto non gli devi credere, il deserto si traveste
da pozzo per irrigare, che più pompi l’acqua, più l’acqua si
fa veleno, e più l’acqua si fa veleno, e più la terra si fa stanca
e cade.
E dopo, senti Nena cosa si canta in questo visito?
Si canta:
Ti avevo dato una terra buona e tu mi hai restituito un calco
di sale…
Ti avevo dato degli ulivi centenari e tu li hai lasciati bruciare.
Già:
Fuoco fuoco in questo visito…

Sentimi bene Nena.
Ogni tanto qualcuno grida.
Grida dietro il caseddho.
Grida che ha visto le fiamme alzarsi, lingue rosse come
draghi, e gli ulivi che si aprivano, si sfogliavano, per tutta la
notte in un solo boato.
Mi chiede dov’eravamo? Dov’eravamo noi mentre gli ulivi
cadevano ramo dopo ramo?
Rispondo un silenzio irrimediabile. E questa amarezza che
teniamo in gola e che cerchiamo di deglutire per anni.
Questa durezza, Nena, che ci fa tenere gli occhi bassi, e ci fa
fantasticare fino alla follia la storia di questo posto, perché se
è vero che gli ulivi hanno perso la loro guerra, noi vorremmo
ereditare il loro coraggio,
il loro odore di mondo contadino. Il loro verde di cortili, i loro
giochi di ombre.

Ascoltami, Nena.
Non ci sono eroi in tempo di carestia.
Ma ogni eroe che manca, c’è la voce di un poeta.
Uno che si è seduto qui, con noi, lo vedi?
Respira in questo segreto, respira da sopra la luna alta.
Gli chiedo: che fai Antonio? Ti avevamo immaginato come
un Eldorato ed invece sei parte di noi. Ti avevamo
immaginato sulle grandi narrazioni ed invece sei in questo
orto?
Risponde che la sua voce si è impigliata qui, e non può
restare altro che qui, per ribadire che non si interrompa l’idea
del dialogo con la terra, il grosso respiro, il sibilo lungo che si
può udire solo di mattina.
Gli dico che mi dispiace, mi dispiace non avergli potuto offrire
qualcosa di meglio
Risponde di non preoccuparmi, che per oggi è tutto quello
che c’è da portare.
Questo, e il vento che batte contro le pietre.
Questo, e ogni goccia d’acqua che si distilla e cade.
Hai detto una goccia d’acqua, Antonio?
Ride:
Sì. Ho detto una goccia d’acqua e i campi e i prati, tutto
intorno.

giovedì 18 luglio 2013

Antonio Verri e il Mocambo a Sternatia

Antonio, ultimo a destra e un gruppo di amici al Mocambo in una fotografia di Fernando Bevilacqua

di Maurizio NOCERA
Cosa volete mangiare stasera?

È sempre 
come stare 
tra vecchi amici, 
una sorta di cordata legata dalla storia della vita, nella sofferenza 
di sapersi sperduti 
in mezzo a due mari.

Carmela Sabato è una donna minuta, ben proporzionata, i muscoli e la carne giustapposti dove madre natura ritiene che lì debbano stare. Ha sempre, d’estate e d’inverno, dei vestitini che la fanno apparire un po’ magra. Il viso, poi, è sempre tirato al bello. Appena appena incipriato e le labbra quasi sempre attraversate da un’ombra fugace di rossetto. Non si muove a scatti, la signora del fuoco, ma fluisce sul pavimento senza pesantezze, senza rumori.
Il luogo in cui il marito ha destinato Carmela, nell’ineludibile divisione dei compiti familiari all’interno dell’osteria, è quello del camino, quasi sempre acceso su di un lato del grande bancone laminato e lucido come un paio di scarpe appena uscite dal calzolaio. Lo spazio del fuoco e delle braci sempre ardenti è piccolo per i movimenti di una qualsiasi persona. Però, come per incanto, Carmela Sabato riesce sempre a dominarlo e a gestirselo con grande perizia. Le sue mani, veloci e dalla presa ferrea, sistemano carboni, spianano la brace e, continuamente, tolgono o rivoltano grosse graticole di arrosti.
Si muove con leggerezza la donna del fuoco. Spesso, nessuno si accorge della sua presenza. Ad eccezione dell’uomo dei curli, Antonio L. Verri, che tutte le volte, appena entrato nell’osteria, ancora prima di salutare l’oste grande e buono, rivolge le sue attenzioni proprio alla minuta Carmela accarezzandola quasi con la sua voce di gufo appena svegliato una mattina di un triste autunno salentino.

«Ciao Carmela, come va la vita?».

«Bene Antonio. Tiriamo avanti. Qualche problema ce l’abbiamo pure noi. Non è molto che Vito ha deciso di aprire questo locale a Sternatia. Per cui, c’è tanto da fare, e la clientela non è ancora abbastanza folta. Comunque speriamo bene».

Carmela aggiunge legna d’olivo antico al fuoco che arde baldanzoso al centro del camino.
Vito Maniglio, l’oste grande e buono, quasi sempre lo trovi dietro il bancone con uno strofinaccio in mano che pulisce e ripulisce il piano d’appoggio. Saluta educatamente, poi, con fare meccanico, ma lo fa per nascondere la prima timidezza dell’incontro, passa e ripassa il tovagliolo nei pressi del posto del bancone che tu occupi, a dimostrazione che lì quel posto è ben pulito, che ti puoi fidare, che puoi stare a tuo agio.
L’oste è un uomo indubbiamente bello, una sorta di messapo antico dal corpo slanciato verso il cielo, le mani forti e i muscoli ben torniti sulle braccia. È evidente che è un uomo che non ha paura di affrontare e vincere qualsiasi lotta tra uomo e uomo, uomini, beninteso, che si intendono di vini del Salento.
L’uomo dei curli, Antonio L. Verri, che a sua volta è un uomo grande e forte, questo lo sa, per cui cerca di stare a debita distanza dalle spesse mani di questo oste sternatese, che però ha sempre il sorriso sulle labbra.

«Ciao Antonio, cosa ti do da bere. Il solito rosso?».

«Sì, il solito!».

«Quanti siete questa sera, e dove vuoi che ti aggiustiamo tavola?».

«Sul retro, no?, come sempre! Saremo quattro o cinque. Verrà il Bevilacqua da Muro, Aldo Bello e sua moglie Ada, Giuseppe Tondi e Giovanni Pranzo Zaccaria. Poi si vedrà se qualcun altro si aggiungerà alla compagnia».

Vito Maniglio poggia sul bancone un quartino e lo riempie di un rosso sangue vivo.

«Guarda Verri, questo vino proviene dalle uve delle campagne di Magliano. Un vino scelto personalmente da Cesarino De Santis. È stato stompato e curato alla vecchia maniera, per cui conserva tutt’interi i profumi e i sapori di un tempo. Assaggialo e dammi un parere».

L’uomo dei curli, Antonio L. Verri, si porta il bicchiere alle labbra e sorseggia il vino. Si sporca un po’ la barba, che spinosa gli giunge quasi fin dentro alla bocca da un lato sdentata. Si passa il dorso della mano sulle labbra coperte dai peli della barba e risponde:
«Sì, è vero. È proprio un buon vino. Ma tu dimmi, perché hai chiamato questo posto Mocambo?».

«Verri, forse non te l’ho ancora raccontata la mia storia, ma verrà il giorno in cui lo farò. Sappi comunque che Mocambo è un nome che io ho sentito e risentito nei lunghi anni dell’emigrazione in Svizzera, là dove, frequentandomi con altri lavoratori, soprattutto di lingua spagnola, favoleggiavamo di questo luogo di gioia, di vino e di buon mangiare. Da qui mi è nata l’idea di dare a questa locanda quel nome. Spero che mi sia di auspicio».

«Lo sarà di certo. Perché vedi, io amo questo posto. Amo Sternatia e la sua storia. C’ho fatto un libro qui. Per la verità il mio primo libro, quello a firma di Cesare De Santis con introduzione e cura mie. Il buon Cesare: un vulcano di insofferenza, uno che aveva molto sofferto, ma che faceva bizze incredibili. Furono mesi molto belli con lui e i suoi proverbi e i suoi racconti. Una miniera grica tutta nei cassetti. Il libro si finì subito. Millecinquecento copie. De Santis si faceva, con su una panca, tutte le feste de l’“Unità” e dell’“Avanti”. Litigava con tutti, anche con me, anche col sindaco che aveva speso un sacco di soldi. È stato quello l’unico libro che non mi è costato. Povero Cesare, gli perdonavo tutto. Era espressione del mondo magico contadino. E lui ricominciava».

«Conosco questo libro, Verri. È proprio attraverso esso che ho saputo di te. E, per la verità, leggendolo, sentivo come se ti avessi conosciuto da sempre. Forse tu non lo rammenti più, ma ci fu una sera, il 28 novembre 1988, cioè appena 7 giorni dopo l’apertura del locale, che tu arrivasti in osteria con alcuni tuoi amici per un incontro letterario. Con te c’era Fernando Bevilacqua, il greco Costas Valetas, Gigi Specchia, Giuseppe Tarantino, qualche altro amico del luogo, un amministratore del Comune di nome Spagna. Alla fine della serata, che io e mia moglie avevamo curato fin nei minimi particolari affinché sulla tavola non mancasse nulla, mi diceste che avevate mangiato e bevuto bene. Ancora oggi sono orgoglioso di quella serata. Orgoglioso di me, di Carmela, ma anche della nostra amicizia, Verri, nata in quel momento come per incanto. Di quell’indimenticabile incontro c’è anche una bella foto del Bevilacqua.
Tu, quella sera, non ti accorgesti di nulla, ma io non feci altro che guardarti e ammirarti. Per me eri quello che aveva ridato vita alle mie speranze di ex emigrante, che avevi avuto il coraggio di pubblicare un libro con la mia lingua dentro: il grico della Grecìa Salentina. E poi avevo conosciuto personalmente Cesarino De Santis, e quel suo libro, da te pubblicato, Col tempo e con la paglia (Storie rimate e no di un poeta e di un paese), me lo sono letto e riletto chissà quante volte. In un certo senso è il mio breviario. La sua copertina, la ricordi Verri?, tutta bianca con le scritte color seppia, si è oggi un po’ ingiallita, però tiene ancora. Tu e Cesare dedicaste quel libro a Gerhard Rohlfs, il grande studioso tedesco dei dialetti salentini, e a Stephanos Lambrinos, anch’egli docente presso l’università di Tübingen, e infine alla cara gente di Sternatia. Che libro, Verri! Che gran libro! Con tutte quelle lettere di Rohlfs e Lambrinos. Chi poteva mai sospettare che Cesarino De Santis, un contadino, uno come noi, avesse tutta quella corrispondenza con personaggi simili. Qui a Sternatia rimanemmo tutti a bocca aperta. Per la verità ancora lo siamo. Verri, tu e i tuoi amici cosa volete mangiare questa sera?».
..
«Mah!, fai un po’ tu. Gli amici che vengono sono un po’ di palato buono. Per cui portaci un po’ di cose nostre, melanzane, lampagioni, peperoni sott’olio, un po’ di alicette marinate, qualche cipollina all’aceto, un po’ di olive nere salate, un po’ di scapece se te la trovi, un po’ di arrosti della brava Carmela, e infine il supratavola. Ovviamente il tutto innaffiato di rosso, che non deve mai mancare».

«Va bene, va bene. Vedrò di fare del mio meglio, per come potrò».

Intanto Gianni e Rocco De Santis, cari figli del saggio contadino grico, suonano e cantano canzoni griche al ritmo dolcesalentino.

giovedì 27 giugno 2013

Di Antonio Verri e di Giovanni Giancane

 
Antonio L. Verri in una fotografia di Fernando Bevilacqua virata in giallo-rosso

Incontro con l'uomo del fuoco
di Maurizio Nocera

Probabilmente fu durante gli anni ‘80 che avvenne il primo incontro tra Antonio L. Verri – «diletto figlio dalle mani d’oro», diceva mamma Filumena – e Giovanni Giancane, l’artista agricoltore di Monteroni, noto per la costruzione dei gioielli dell’alchimia raku (preziosissime ceramiche, cammei d’argilla, “pietre” luminose, il cui risultato si ottiene grazie ad una laboriosa ricerca di laboratorio. Raku – è parola giapponese del 1500 e proviene dal cognome del creatore della tecnica – che letteralmente significa «gioire il giorno», vivere cioè in armonia con l’umanità e la natura, come accadeva al tempo degli antichi samurai).
Giancane è conosciuto anche per la sua capacità di dominare le fiamme. Per questo molti lo chiamano «l’Uomo del fuoco del Salento». Qualche anno fa il regista Piero Cannizzaro gli ha dedicato un interessantissimo cortometraggio ancora oggi mandato in onda dal programma Geo e Geo di Rai3.  
Ma torniamo all’incontro tra i due, il cui tramite sicuramente fu il comune amico Antonio Toma, purtroppo scomparso recentemente, e meglio conosciuto a Lecce come “il già costruttore di grandi palazzi” che, a quell’epoca viveva, quasi come un principe del verde, in un bosco di pini e di acacie sulla strada che da Lecce porta ad Arnesano.  
Il percorso che io e Verri facevamo per raggiungere Monteroni era quello di sempre. Anche quella in fondo era la nostra strada del cuore, quella infiorata di margheritoni gialli e di papaveri rossi; la strada avvolta dai profumi dei caprifichi e dell’odore acre del miglio stompato. Era, insomma, quella strada da millenni calpestata dai piedi dei nostri padri messapi, appena appena battuta da quelli, leggeri come le piume, delle nostre madri curve sulla storia. Era la via Malemnia, quella che Badisco, cioè dal centro del nostro sud del sud del mondo, sale su verso l’indefinito, verso l’ignoto, verso quello che per tutti noi terragni salentini appare essere l’oscurità del nord. I nord del mondo, anch’essi belli e affascinanti, a noi del sud appaiono sempre indecifrabili, spesso misteriosi. Anche per questo gli amiamo. E il Verri era grande amatore di certi nord che amorevolmente lo accoglievano. Penso a Yverdon, sulle Alpi svizzere.
Non posso scrivere che quel giorno che andammo da Giancane non fosse radioso. Perché lo era. Qualcuno ricorda che forse era primavera, il tempo che dischiude gli amori: quelli delle piante, quelli degli uomini e delle donne. Partimmo da Caprarica di Lecce che era ancora mattino: né troppo presto né troppo tardi; giusto quel tempo in cui, al Verri, appena dopo aver bevuto il suo secondo caffè della giornata, quello di mamma Filumena, e dopo essersi seduto al posto di comando nella un po’ tanto sgangherata FiatUno, alla cui guida c’era chi qui scrive, cominciasse a fumare una delle sue solite “Ms blu”. Fumava e faceva progetti. Era il tempo in cui andava pensando alla sua leggendaria città di Guisnes. Un giorno se l’immaginava lagunare, un altro collinare, un altro ancora sprofondata in una foresta. Alla fine però il suo modello preferito ritornava a essere Gardigliano di Sopra, il villaggio agricolo al centro del Basso Salento, a quel tempo abbandonato ai latrati dei cani e agli amplessi nascosti di soldati in libera uscita con fidanzatine speranzose di ammogliarsi oppure con languide mogli pur sempre insoddisfatte dei magli rattrappiti di mariti frustrati dagli anni.
A Cavallino, al centro dell’antica Sybar messapica, ci fermavamo presso il busto bronzeo del duchino Sigismondo Castromediano. A lui, Antonio L. Verri faceva una particolarissima raccomandazione: cercare di stare un po’ più con gli occhi aperti – ciò non doveva proprio costargli troppo, in quanto erano di bronzo – e quindi tutelare sulla nostra povera storia di messapi senza avvenire.
A Lecce, invece, ci fermavamo appena qualche minuto, alla Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini”, giusto quel tanto per consegnare al buon “vecchio” bibliotecario, Enzo Panareo, le prime bozze del suo libro che, successivamente, avrebbe visto la luce col titolo Anni estivi, edito dal Centro culturale “Pensionante de’ Saraceni”.
Partendo da Lecce, per raggiungere Monteroni attraversavamo l’area archeologica dell’antica Rudiae, altra roccaforte messapica, che aveva visto dare i natali a Quinto Ennio, il primo dei nostri grandi poeti latini.
Dalla provinciale che da Lecce porta ad Arnesano sono molte le viuzze rudiane che s’immergono dirigendosi nell’ubertosa Valle della Cupa, una valle questa più ideale che reale, perché il Salento non ha montagne. Tutto al più ha dei rilievi alti appena una decina di metri sul livello del mare. Però la terra di questa Valle è molto buona, profonda, altamente coltivabile, quasi sempre umida, che dà molti frutti e molti altri prodotti agricoli durante il corso dell’intero anno. Comunque, com’è come non è, per raggiungere la nostra meta, sterzavamo in una di queste stradine, ancora oggi caratterizzate dalla tortuosità dei calpestii messapi.
E qui lo scenario era sempre più meraviglioso per Verri: amava i muretti a secco, in questi luoghi mai troppo alti; e le grandi masserie abbandonate ma ancora avvolte dal fascino di streghe baciate dalla luna piena; e le barocche ville signorili, un tempo abitate, qualcuna ancora oggi per la verità, dai potenti della Lecce aristocratica; e le pajare a cono tronco, pulite ed erette al centro di campi coltivati a vigneto con spalliera; e le rare specchie basse, anch’esse pulitissime, opera di laboriosi contadini, spesso anziani; infine, i cumuli ricoperti di innocenti erbe selvatiche ma che nascondevano i tesori omerici di questi luoghi, le rovine della città fondata dagli elleni di Rodi. Guardandoli, Antonio esclamava, più rivolto a se stesso che al solito chauffeur: «Ma che Cristo fanno i nostri professori archeologi dell’università del Salento? Se ne vanno a scavare rovine in Estremo Oriente lasciando qui tutto ancora sepolto. Ma questa non sarebbe forse un’altra delle occasioni di sviluppo per la nostra terra?».
Non c’erano risposte a queste affermazioni, anche perché chi ascoltava non ne sapeva dare.

sabato 22 giugno 2013

Antonio, On Board e il tempo di Ayse Yazicioglu

Antonio Verri s'arrende in una fotografia di Fernando Bevilacqua virata in rosso-arancio
On Board e l'amica turca
di Maurizio Nocera

Bellissima. Turca. Esile come un giunco. Resistente a qualsiasi impeto. Anche amoroso. I capelli un ebano d’Africa notturna. Gli occhi da volpe delle nevi. Stupenda come una statua d’alabastro.
Solo il Verri poteva scoprirla negli anfratti più nascosti del Salento, il giorno che lei passò da questa parti. Sto scrivendo di Ayse Yazicioglu e il tempo, allora, era quello di «On Board», il foglio-rivista che Giovanni Pranzo Zaccaria finanziò giustificandosi di pubblicarlo perché – disse – di conoscere già da alcuni anni Antonio L. Verri, e con lui voleva dare delle risposte ai molti quesiti economico-finanziari posti dai pugliesi. In quell’occasione Pranzo Zaccaria (all’epoca presidente del Centro Regionale Servizi) disse pure di conoscere abbastanza bene le straordinarie qualità umane e professionali del poeta.
Antonio L. Verri aveva già al suo attivo la pubblicazione di giornali culturali come «Caffè Greco», «Pensionante de’ Saraceni», «Quotidiano dei Poeti», più numerose altre fanzine e libri, tutti pubblicati sotto l’egida del Centro culturale «Pensionante de’ Saraceni», del quale era l’anima vera.
Il primo numero di «On Board», mensile del C.R.S., fu il numero zero (febbraio 1990), la cui vita tipografica proseguì per ancora altri tre numeri, tutti corposi e leggibilissimi, nonostante che si trattasse di un foglio-rivista che spaziava dai temi di interesse economico-finanziario a quelli letterari e di varia umanità. Verri progettò graficamente il foglio e fu il direttore editoriale, Aldo Bello il direttore responsabile. I collaboratori redazionali furono: Georges Astalos (Parigi), Fernando Bevilacqua, Gina Bonavoglia, Giuseppe Cazzolla (Bari), Salvatore Colazzo, Roberto Conte, Giorgio Cretì, Ada Donno, Antonio Errico, Liuni Frattasi, Elio Fumai, Alberto Frugis, Claude Longo, Vito Maurogiovanni (Bari), Maurizio Nocera, Ada Provenzano (Roma), Fabrio Tolledi, Ayse Yazicioglu, Nello Wrona. Segretaria di redazione: Daniela Dòdaro. Amministrazione e pubblicità: Antonio Guariglia. Responsabile delle immagini: Fernando Bevilacqua. Stampa: TorGraf di Galatina. La direzione, la redazione e l’amministrazione: Lecce, piazza Mazzini, 4.
Di questa avventura giornalistica, lo stesso Verri scrisse: «“On Board”, un giornale di settore? Un bollettino? No, di certo. Molta ospitalità, questo sì. La più varia. Non per antologizzare, ma per cercare di capire e di superare l’incomprensibile di certi disagi, e ritardi e pregiudizi e mostruosità ambientali... Un giornale aperto, allora, che cede facilmente i suoi spazi (è questo il senso del non voler far quadrato se non con il lettore e l’operatore), che non vuol cambiare il mondo, che non ha pretese di ridurre il tutto ad una qualsiasi unità di misura ma che anzi, all’occorrenza, sa sposare molteplicità ed intraducibilità».
Ayse Yazicioglu scrisse su questo giornale due “pezzi”. Nel primo foglio scrisse Il montone nero (I, p. 31); nel secondo Il farfallone e la femmina ragno (II, p. 27). In questo stesso foglio Verri pubblicò un bellissimo disegno di Ayse, intitolato L'Urlo (II, p. 34); altri due suoi disegni, sempre ispirati alla cultura del ragno, furono pubblicai sul foglio n. IV (p. 6 e p. 37).
Il montone nero è una favola turca che narra di un giovane pastore al servizio di un ricco e crudele signore. Il pastorello sapeva così bene guidare le greggi e suonare divinamente il flauto tanto da far innamorare la figlia del signore. Del suo canto si innamorò persino il montone nero del suo gregge. Quando il ricco e crudele signore dei greggi si accorse dell’amore della figlia per il pastorello si adirò a tal punto da negarla come sposa al giovane. Tuttavia, alla fine, il crudele dovette soccombere quando si accorse che il pastorello fu in grado di superare tutte le prove a cui ostinatamente lo sottopose, fra cui quella di «dare del sale al gregge per tre giorni, quindi portare il gregge verso il fiume e poi farlo tornare indietro facendo in modo che nessuna pecora toccasse l’acqua». Gara che il pastorello vinse grazie al suono del suo flauto e grazie anche al montone nero che, a fine gara, scomparve per non essere mai più visto.
Anche l’altro “pezzo” di Ayse è una favola-metafora. L’intero titolo è: C’era una volta il farfallone e la femmina ragno, e narra di un farfallone dalle grandi ali in cui erano riposte tutte le sue speranze. Poi però la vita, vivendola, si complica. Accadde così che il farfallone cadde, attratto dalla luminosità di alcune perline di rugiada, nella rete di una ragna, che lo voleva tenere tutto per sé. E questo significò la perdita della libertà del farfallone. Ayse scrive qui un passo molto importante. Eccolo: «Lei [la ragna] faceva di tutto per tenere sempre occupato il suo bel farfallone, faceva di tutto perché lui, pur restando sempre nella sua dolce rete, passasse bene il suo tempo e non si accorgesse di niente… ma la libertà è ancora cosa che più si perde e più diventa desiderabile./ Io non so come e se potrà finire questa favola. Posso solo dire che tutto dipenderà dal farfallone, da quanta voglia di libertà è ancora in lui, o se ancora vuol tornare a volare./ Potrebbe tentare, dite? Volare… volare… Ci sono ancora mille purissimi colori, c’è il sole…».
Ayse, la cara Ayse. E quella sua città, Istanbul, dove alla fine ritornò a vivere con marito leccese e figli. Quando Antonio L. Verrì spiccò l’ultimo suo volo della vita nell’alto dei cieli, Ayse, commossa, scrisse a me ma per consegnare al Verri: «Istanbul 1995// Non è giusto, caro Antonio, non è giusto che sparisci così a lungo.../ Scrivere non è di me! Le parole mi sono straniere, disubbidienti, inafferrabili./ Mi manca la tua voce che, togliendomi l'imbarazzo, mi suggerisci, rendendo visibile ciò che io voglio intendere tramite le parole./ Mi manca il tuo tocco magico del Poeta, come guida nel mio "naviglio"./ Ho ancora tante domande.../ Come facevi a uscire dal vortice dei sogni, dove le immagini, i ricordi, le esperienze, linee-colori-forme giravano vertiginosamente, svanendo a volte, poi, ricomponendo, dove, io da artista disperata, cerco di captare l'attimo fuggente./ E perché io, ancora, non ho (il) coraggio a vagare ad occhi nudi della mente, senza (quei) maledetti occhiali della ragione?/ E poi, coma facevi ad essere sempre affezionato e curare i tuoi amici, come autentici e meravigliosi boccioli, incoraggiandoli, con amore e delicatezza; poi aspettare, fiducioso e paziente, la loro fioritura?/ Come facevi a vedere sempre ciò che è bello in loro, ignorando le spine?/ Che privilegio, fare parte del tuo giardino.../ La tua "Turca sognante" continua a sognare ma manca "il suono"// Ayse».
Quando Ayse mi scrisse questa lettera non era ancora pienamente convinta dell’accaduto. Le risposi e le dissi tutto ciò che noi ormai sappiamo già. Mi telefonò da Istanbul. A lungo. A lungo pianse. Terminò con la voce tremula singhiozzando “Antonio, Antonio!

giovedì 20 giugno 2013

L'Antonio L. Verri di Ennio Bonea

Antonio Verri fotografato da Fernando Bevilacqua viraggio in verde-giallo


Antonio e il Professore
a cura di Maurizio Nocera

Il 14 aprile 1994, Ennio Bonea (Taranto, 6 ottobre 1924 – Lecce, 12 dicembre 2006), fondatore della «Tribuna del Salento» e del «Quotidiano di Lecce», che noi abbiamo chiamato sempre il professore (per decenni insegnò Letteratura italiana moderna e contemporanea all'Università di Lecce), mi scrive la lettera seguente: «Caro Maurizio,/ ho avuto la plaquette, finalmente. A parte i refusi, ho letto d'un fiato, senza darmi una sosta di riflessione, questa incalzante e divorante, piccola-grande tragedia, ritrovandomi alla fine con un groppo alla gola e dinanzi agli occhi la figura di Antonio, qui, nel mio studio di fronte a me, così diverso da quello istintivo e spontaneo delle tue pagine. Ho ricavato le ultime giornate di un Antonio solo in parte da me conosciuto, ho appreso il suo presentimento di morte, la sua ansia di vita, il suo creativo disordine, i suoi affetti. Ho visto la sua tragica, vera, perché vista da lontano, straziante fine./ È uno splendido documento da trasmettere ai salentini e agli amici di Antonio sparsi nel mondo. È possibile farlo per il 9 maggio, nella scadenza annuale della sua scomparsa?/ Grazie, caro Maurizio, per avere saputo tracciare la più toccante immagine umana di un amico amato da chi lo frequentava e di un poeta sconcertante ma seducente per chi lo leggeva. Affettuosamente,/ Ennio Bonea».
La lettera di Bonea si riferisce al mio poemetto Antonio Antonio! (o dell’Amicizia), che in quell’occasione egli lesse in una plaquette manoscritta e che successivamente vide la luce una prima volta nel 1998 in un grosso volume – Antonio Verri Fabbricante d’Armonia – curato da chi qui scrive più Luigi Chiriatti e Fernando Bevilacqua per conto dell’Istituto Diego Carpitella di Melpignano; e una seconda volta pubblicato ancora nel 2003, sempre con lo stesso titolo, dall’Edizioni “Il Laboratorio” di Parabita di Aldo D’Antico e Franca Capoti.
Le parole di Bonea scritte nella lettera sono profondamente sincere, perché sincero era egli divenuto dopo quanto era successo a metà anni ’70, quando Antonio si era iscritto all’Università di Lecce e, come primo esame, aveva tentato di sostenere proprio con Bonea Storia della letteratura italiana. Quella volta Verri aveva preparato tutto quanto c’era da studiare per sostenere l’esame (il suo studio su tutti gli autori contemporanei, in primis Cesare Pavese, era completissimo) e lo sostenne, passando prima da Armida Marasco e poi dallo stesso professore. Solo che, una volta finito l’esame, Bonea gli chiese se aveva letto una dispensina distribuita da lui stesso durante una sua lezione. Verri non sapeva neanche dell’esistenza di quella dispensa, per cui il professore, candidamente, gli disse che sì era stata bravo nell’esame in generale, ma che non poteva dargli un voto pieno per via di quella dispensa. Verri non disse una parola, si prese il libretto universitario e uscì dall’Ateneo. Solo che una volta fuori, fece in cento pezzi il libretto promettendosi che non avrebbe più messo piede in quell’edificio.
Fu anche questa la molla che lo spinse a pubblicare il suo primo giornale - «Caffè Greco» (1977-1981), fatto con rabbia e con la volontà di pubblicare gli scritti di tutti coloro che erano stati esclusi (bocciati) dall’università o comunque emarginati da certa intellighenzia salentina. Per farlo ci incontravano in una strada di Calimera, raramente a casa di Antonio a Caprarica di Lecce. A stamparci i primi numeri, in formato tabloit, fu la tipografia di Franceschino Scorrano a Lecce. L’avventura del primo giornale di Verri continuerà in altri luoghi e con altre tipografie, ma sempre con l’entusiasmo del suo ideatore. Una volta stampato il giornale, suo grande interesse era di andare a venderlo (?), in realtà si trattava di donarlo agli amici, nei pressi dell’università e, in modo quasi sempre provocatorio, donarne una copia proprio a Bonea. Questo modo di fare durò fino a quando, in una delle ultime distribuzioni del giornale, il professore, che intanto sembrava essersi dimenticato di quello strano tipo grande e grosso con la barba nera e foltissima, gli disse che voleva parlargli e che sarebbe stato felice di farlo nel suo studiolo, ubicato allora nel corridoio sulla sinistra appena varcata la porta dell’Ateneo di Porta Napoli.
Verri aveva capito che il professore Ennio Bonea aveva forse dimenticato l’accaduto che gli aveva procurato la decisione di chiudere definitivamente con gli studi universitari, così accettò di incontrarlo. Nello suo studio all’università, nessuno fece cenno a quell’accidenti di esame di Storia della letteratura, così il professore si congratulò col direttore di «Caffè Greco» invitandolo a continuare le pubblicazioni. Invito accompagnato con una moneta di diecimila lire, che per Verri significò l’incanto dello scioglimento di ogni nodo alla gola. Da quel momento in poi Antonio L. Verri non fece più alcuna iniziativa letteraria senza prima averla concertata o comunicata a Bonea, il quale cominciò a sostenerlo anche economicamente. Io sono testimone di quanti contributi Ennio Bonea ha dato ad Antonio e non potrò mai dimenticare quella volta della mostra “Scrap”, per la quale il professore sborsò un milione di lire tondo tondo, giusto il costo delle cento cornici dei quadri.
La storia di quell’accidenti di esame andato male, gliel’ho poi ricordata io a Bonea, quando Verri ormai non c’era più a questo mondo, e, con mia grande sorpresa, il professore mi rispose “So!”.

giovedì 30 maggio 2013

Verri e il Sindacato Nazionale Scrittori

 
Aldo De Jaco, Antonio Verri,  Nora, Maurizio Nocera e  Ivana  Slavona
in una fotografia di Fernando Bevilacqua
L'impegno contro il mercato delle lettere
di Maurizio Nocera

Il Sindacato Nazionale Scrittori (SNS) è stato sempre presente in Salento, grazie al fatto che Aldo De Jaco, uno dei suoi fondatori fin da subito dopo il secondo dopoguerra, era di queste parti, per l’appunto nato a Maglie, poi, bambino, si trasferì con la famiglia prima a Napoli, successivamente, dopo sposato, a Roma, dove svolse per decenni l’attività di giornalista.
Per più di 30 anni Aldo De Jaco fu segretario generale del SNS. Quando, negli anni ’70, toccò a Rina Durante (spesso coadiuvata da Gino Santoro) rappresentare il SNS in Salento, fece ogni possibile sforzo per cercare di far crescere il sindacato. Per una breve parentesi anche Enzo Panareo fu coinvolto nell’organizzazione finalizzata alla crescita del sindacato. Ma chi più di tutti profuse le sue energie per questo tipo di organizzazione sindacale fu Antonio L. Verri il quale, se pur alieno a qualsiasi tipo di struttura gerarchico organizzativa, per anni riuscì a tenere in contatto il centro romano con la periferia salentina.
Verri riuscì ad organizzare il sindacato in Salento a partire dal XIV congresso nazionale (1988), rappresentandolo fino al XVI (maggio 1991). In quest’ultimo congresso fece pure parte della Commissione politica, all’interno della quale svolse un ruolo importante riuscendo a far inserire nel documento politico un tema a lui molto caro, cioè la difesa delle minoranze etniche. Ovviamente il suo sguardo era rivolto al greganico salentino. Ecco il punto del documento in cui Verri contribuì: «In anni di confusione, di incertezza e di rischi dì imbarbarimento culturale, sia a livello nazionale che mondiale, quelli che erano ieri i problemi delle minoranze linguistiche e culturali stanno investendo nazioni intere, come l’Italia. Si sta imponendo, infatti, una lingua “senza qualità”, indotta dall’impoverimento di massa della parola».
Ricordo come se fosse ieri la nostra partecipazione a quel congresso, che si svolse presso la scuola sindacale nazionale della Cgil ad Ariccia, il 30-31 maggio 1991. La delegazione salentina era composta da Antonio L. Verri, Fernando Bevilacqua, Fabio Tolledi e chi qui scrive. Nonostante che il Verri e il Bevilacqua facessero di tutto per essere presenti solo l’essenziale alle diverse sedute del congresso, ugualmente però Antonio riuscì a dare il suo contributo al dibattito attraverso degli incontri che tenne direttamente con Aldo De Jaco.
La sua prima preoccupazione la rivolse alla richiesta di un disegno di legge parlamentare per la difesa della lingua grika assieme ovviamente alle altre lingue cosiddette minori, come la sarda, il ladino, l’arbresch, ecc. Nei lavori di commissione Verri intervenne per criticare il mondo politico che si dimostrava inadeguato nella difesa della lingua nazionale e inadempiente nei confronti del lavoro degli scrittori. Nonostante che anche lui usasse parole di provenienza anglosassone nei suoi differenti progetti culturali, i suoi interventi all’interno del SNS furono comunque critici verso l’uso indiscriminato di parole inglesi nella lingua nazionale. Si dichiarò sempre contrario alla cultura dell’indifferenza, soprattutto da parte di alcuni scrittori altolocati, a causa dei quali in Italia c’era una prevalenza inopportuna del mondo editoriale rispetto a quello degli autori.  
Più volte criticò la legge fascista sui diritti degli autori, purtroppo ancora in vigore, che dava adito ad una vera schizofrenia nel mondo dell’editoria italiana, all’interno della quale gli editori da sempre hanno fatto i comodi loro, mentre gli autori sono stati costretti a girare come vagabondi tra le diverse case editrici per proporre un loro testo. Per Verri, come d’altronde per l’intero SNS, occorreva fare una legge a difesa degli scrittori. Vecchia tematica questa, che ci aveva visto spesso dibattere anche qui in Salento. Non poche volte Verri era intervenuto per dire che lo scrittore in fondo altro non è che una sorta di prestatore d’opera, in fondo un lavoratore dipendente non solo da una casa editrice, quando tale casa editrice lo ha scelto come suo autore, ma anche dipendente dal contesto sociale in cui vive e opera. Per lui la funzione dello scrittore era prevalentemente sociale.
Su questi temi non dimentico un dibattito con Verri e De Jaco, in casa di quest’ultimo a Maglie. Per il Verri le idee e gli ideali, filtrati nell’opera degli autori (poeti, narratori, artisti della parola e dell’immagine) dovevano essere più che mai necessari più che nel passato contro ogni forma di appiattimento culturale, per cui l’impegno dell’organizzazione degli scrittori doveva svolgersi nella lotta per la difesa della sua funzione sociale: lo scrittore non doveva essere succube dell’editore, ma doveva vedere quest’ultimo come una sua controparte, dalla quale esigere il rispetto dei contratti e dei diritti. Per Antonio, lo scrittore è colui che testimonia il proprio tempo. Nelle nostre società, tecnologicamente avanzate, è attraverso l’opera dello scrittore che è possibile leggere il passato. E a questa funzione Verri teneva molto. Per questo motivo, egli si faceva in quattro per non mancare ad un appuntamento culturale o ad una presentazione di un libro.
Spesso se la prendeva con il povero De Jaco, che nulla centrava, perché anche lui lottava con noi e più di noi, per chiedere al governo italiano l’istituzione di una commissione nazionale governativa e parlamentare per la difesa del libro e quindi della cultura in generale. È noto che l’Italia repubblicana, a differenza di altri paesi, non ha mai avuto un ministero della cultura, e questo era un fatto che irritava enormemente Verri. Per lui era importante che questa tematica fosse sempre presente nel SNS, perché significava essere presenti nella difesa della creatività dello scrittore. Diceva – e questo lo ha anche scritto – che la funzione creativa e sociale dello scrittore era il punto cardine della sua operatività. Lo scrittore doveva essere libero nella sua azione e spregiudicato nel rischiare tutto quello che c’era da rischiare per abbattere le forche caudine dell’appiattimento culturale. E non dimenticava di dire – ma anche questo lo ha scritto – che la funzione sociale dello scrittore fondamentalmente è portatrice di liberazione da veti, tabù e dipendenze di chicchessia. Per Verri lo scrittore non era un soggetto corporativo, perché doveva essere propria la sua funzione sociale ad impedirglielo. E non si dimenticava di aggiungere: “salvo eccezioni”.
Il suo impegno sindacale fu sempre contro il mercato delle lettere, cosa che, purtroppo, si è venuta a verificare in questi ultimi vent’anni di disastro letterario. Odiava a morte quelli che consideravano il libro come un oggetto di consumo. Per lui, lo scrittore doveva essere una sorta di tecnico della parola e servirsi di essa per fare opera di coscientizzazione culturale.

sabato 25 maggio 2013

Le Ms blu

Le MS blu nel pacchetto duro erano le sigarette preferite da Antonio Verri

NON CI SONO PIU’ QUELLE FABBRICHE DI SIGARETTE
di Maurizio Nocera
Ne sono certo, accadde nel dicembre 1992. Con Antonio Verri ritornavo in macchina da Roma. Galeotta era stata una riunione del sindacato scrittori.
La notte precedente l’avevamo passata da Aldo De Jaco, nella sua casa di Monte Mario. Come sempre, io avevo dormito profondo. Di lui, al mattino, assieme ad Ivana Slavova, la moglie bulgara di Aldo, avevamo saputo che tutta la notte Verri aveva tenuto in camera la luce accesa e che forse non aveva chiuso occhio. Scherzammo un po’ di questa abitudine di Antonio, ma il vederlo comunque fresco in viso, ci fece dimenticare la stranezza e, come stabilito, dopo colazione, partimmo per Lecce.
Era un tristissimo inverno, e noi correvamo verso i luoghi del nostro incanto, verso le origini dalle quali non avevamo saputo separarci, verso nostra (ovviamente più sua che mia) madre che, in pena, ci aspettava per raccontarci di quella volta in cui ci cucinò i “disperati” (una specie di pastetta fritta condita con olive e intruglio di pizzaiola) e noi, furbi, andammo a nasconderci nell’ammezzato.
Ad un certo punto della corsa verso il Sud, cominciammo a parlare di «Caffè Greco», delle cartelle d’autore «Abitudini», della ricerca di un editore per I poeti del ‘Pensionante’. Antologia di una rivista del sud Europa, della continuazione del libro Dieci anni in rivista. Lettere 1989-1992, del suo nuovo libro inedito Le nuvole e l’arcolaio, ma anche di un libro di ritratti fotografici con un testo suo e con le foto di Fernando Bevilacqua.
Sicuramente Antonio parlò anche del Declaro, di questo tormento della vita, questo “suo” libro dei libri. Ci pensava sempre, giorno e notte. Altro pensiero la ristampa de Il pane sotto la neve. Poi altro ancora. Ecco.
Correvamo verso il Salento, terra amata, impastata di miti e di riti, terra di suoni di magia, di mesar-lì e di arsapi scurnusi, che con gli animali della possessione avevano avuto sempre a che fare. Terra della taranta, del ragno tessitore di ogni cosa, della vita come della morte. Anche Antonio aveva “lavorato” per la Tarantula lycosa, in tempi lontani, quando ancora si firmava, agli inizi degli anni ‘70, Regino Renard. Aveva dipinto un quadro, una grande maschera di un arsapo salentino posseduto dalla tarantola, animale che ricopriva (e ricopre) l’intera tela. 
Verri era già un fiume in piena, una babele di parole, una sorgente di forme colosse, una fornace di betisse scollacciate; un tornado su terreni di creatività eccessive. Grande camminatore, macinatore di chilometri su chilometri, mantice che gonfia la sua mongolfiera di carte, fotografie, ritagli di giornali consumati, di penne di ogni colore, di appunti scritti su ogni dove, anche sui tovagliolini del bar, di nomi e di cognomi di amici, di poeti, di altre cose, di altre storie, pronte per spiccare il volo dalle pagine dei suoi quadernetti dalle copertine variopinte.
Antonio era pure biblos, bagliore, rotolo, carta colorata, coriandolo celeste, scarti tipografici, uomo coreutico che danzava camminando, funambolo ballerino, saraceno pensionato e quindi turco stonato. Altro ancora. Forse. Io non so. So solo della dolanza del suo corpo, della stramberia dei suoi occhi, della struggenza del suo sguardo.
Una volta, tra il sorriso di miele e l’occhio buono triste, mi disse: «Suvvia, professore, non prendertela. Così è la vita. E così è pure la morte. Comunque, tu manterrai gli impegni presi. Una volta che io sarò morto, di tanto in tanto mi porterai un pacchetto di Ms-blu dure in quel posto che tu conosci: a Badisco, tra il recinto delle pietre antiche e la scogliera, davanti al mare e alla luce splendente del sole che nasce. Ciao».
Antonio Verri dal Tabaccaio, a Muro Leccese la sera del 24 aprile 1993
in una fotografia di Fernando Bevilacqua
Sono un po’ triste oggi. Sono passati vent’anni da quando Verri non c’è più, e si avvicina quel fatidico 9 maggio in cui egli spiccò il volo verso quell’alto che più in alto non si può. Sono alla ricerca di un pacchetto di sigarette, quelle da lui fumate. In punto di morte mi aveva chiesto di portargliele di tanto in tanto. Da anni le cerco. Tutti mi dicono che le fabbriche di quelle sigarette hanno chiuso.
Lecce, Gennaio 2013

La pagina de Il Paese nuovo del 20 gennaio 2013
con l'articolo di Maurizio Nocera