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martedì 17 settembre 2013

Violazioni in marasma. Per Francesco Saverio Dòdaro

Performance per voci corpi suoni poesia e visualità
di Francesco Aprile, Giuliano Ingrosso, Teresa Lutri
agosto-settembre 2013

Fondo Verri, Lecce, 11 settembre 2013
Francesco Aprile (reading, poesia verbo-visiva)
Giuliano Ingrosso (suoni, reading)
Teresa Lutri (reading, mime corporel)
Marco Monaco (suoni)
Quentin Yvinec (mime corporel)

Cut-up liberamente tratto dai testi e dalla ricerca di Francesco Saverio Dòdaro



Pronto? Pronto, sì. Quest'estate l'acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest'estate le rose sono nere.
Quest'estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell'Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d'acero accesa.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
Cessato  allarme.
Marasma.
Matà
    Matà
        Matà
Ma…tà
Cessato  allarme. Il bombardamento è  finito.
Un giorno qualsiasi, di un anno qualsiasi, su uno scafo qualsiasi. Dal silenzio di quattromila anni, nel grande oceano negativo, piangendo.
Ora bisogna contare i morti.
Recuperare i vivi, sepolti.
La strada, ciò che ne è rimasto, si popola di spettri. Pallidi. Silenziosi. Lenti. Non un urlo, un grido, un pianto.
Qui la morte è come il sole, la luna, il mattino, la sera.
Ospedale psichiatrico. Il viale. Non è proprio un viale, ma lo chiamano così. Tre pini rinsecchiti, un cespuglio di oleandri, senza fiori.
A destra
                il padiglione uomini,
a sinistra
                il padiglione donne.
Padiglione, sa tanto di Fiera del Levante.
Ma sì,
           fiera dell'altro mondo. Dell'angoscia. Della disperazione.
Si vende, si sente, si offre di tutto.
"Mi dai mille lire. Mi dai mille lire. Mi dai mille lire".
                                                                                             Mi sta perseguitando.
Ha una giacca che sembra un cappotto. I pantaloni che lasciano vedere le calze, rosse. Sono più corti di almeno venti centimetri.
Gli do mille lire. Sghignazza, sorride, va via.
Scende il silenzio. Mi guardo attorno. Tutto è squallido.
Sembra una scena da Dopo il bombardamento. Voglio denunciare. Mi sento rivoluzionario. Il silenzio è rotto da un urlo, feroce, penoso, lacerante: "Mamma".
Mamma
               Mamma
Mamma
Mam…ma
E le possibili rivolte.
I riflettori illuminano la scena. I personaggi. Sento le urla. Il mio cuore s'oscura.
Risento l'eco: "Non rinuncio alle aspirazioni di bambino".
E penso ai ragazzi. Alla loro purezza.
A chi allatta ancora il proprio puer. Il proprio angelo.
Gli angeli si cercano.
Il sessantotto è fallito. L'immaginazione è fallita.
Voglio tornare al grande vecchio. Al brivido della sua ombra, incontrare i sognatori. La poesia.
Il puer. Ancora la poesia.
Anni sessanta-settanta.
                                           Erano gli anni di piombo.
E della controcultura:
                                       chi pubblicava con editori era un reazionario.
La poesia, manoscritta o ciclostilata, si veicolava o per posta, alla californiana, o per strada: nelle piazze, all'ingresso delle università, dei licei. A volte nelle aule, interrompendo la lezione. Volantinaggio poetico, incursioni semiologiche.
Gli scontri erano frequenti.
Le mazze, le manganellate lasciavano segni.
                                                                               Al sangue, all'osso.
I miei sono stati devastanti. Trent'anni di sofferenze. E di interrogativi.
Chi sono? Passo lunghi periodi senza memoria, senza passato: senz'anima.
Mi guardo allo specchio: a sinistra il cranio, lucido, con una lunga cicatrice, mal cucita; a destra, ciuffi di capelli, qua e là. Mi faccio schifo.
Ma chi sei? "Un poeta che ha amato, che ama la poesia", dice la psichiatra.
Ed io ripeto: "Un poeta che ha amato, che ama la poesia".
Nei momenti di lucidità penso che essere stato sempre in prima linea per affermare la priorità dell'afflato, che aver dato il mio cranio alla poesia, sia stato bello, magico.
Come dare a un bambino, sul prato, il vento, e una girandola. O una carezza.
Come respirare il profumo del grano, quando è verde.
Come vedere sulle Murge, gli alberi in fiore.
Come ricordare il tempo materno. Riascoltare i silenzi. E la voce. Il canto.
La madre, la madre il canto, le Murge in fiore. Fichi e freddo.
Pastore. Vastar. Vastra. Vasto. Vastità. Il re della Murgia.
Un secchio di resti per il cane. Povero cane.
Il re della Murgia. La castigata per cavallo.
Lana morbida e calda calda calda. Calda.
Le mani fredde. Le mani calde.
Le mani gelate. Tante mani gelate.
L'occhiello è al metano. Il catenaccio chiude l'angoscia.


La ricetta la mmane, a maggio.
Il boccone del re: un fiorone svuotato, poi riempito di latte, ed è subito quaglio.
Il boccone del re. Ed è subito sera.
Domani, a sera, bombarderemo la città.
Vendita promozionale. Un camion di soldati morti.
Vendita promozionale. I gelsomini della Murgia.
Le mimose del Serrone. Le stelle, della notte di natale.
Bombarderemo la città.
L'Adriatico s'incendia.
Le rose dell'Adriatico.
Dalle macerie una mano parla. Un cumulo di pietre. Sette piani di pietre.
Una mano che sfiora e poi parla.
La pelle chiarissima. Le unghie bellissime. Le dita bellissime.
La vena sussurra l'amore.
Il tepore di una notte di luna e il silenzio segna l'historia.
Bombarderemo la città.
Ventuno esplosioni.
                                   Ventuno navi.
                                                            Ventuno paure.
                                                                                        Ventuno lune.
                                                                                                                 Ventuno morti.
Ventuno nascite.
                               Ventuno singhiozzi.
                                                                   Ventuno solitudini.
E proteste e fantasmi e voci e urla.
Ventuno rose per te. Il tepore di una notte di luna. Il silenzio. I gelsomini della Murgia.
Il castello, la piazza. I profumi della Murgia. La pagina inchiostrata dalla rosa.
rosa rosa rosa
Non può più contenere la disperata disperazione del segno poetico.
Sono illeggibili l'occhio.
Il corpo.
Ma non le labbra di Man Ray.
Nè il suo cielo.
Nè l'infinita infinitudine della sua dolcezza.
ttutto sugli schermi. ttutto.
poi l'eco.
ttutto
           ttutto
                      ttutto
ttut...to

Le risonanze buie del sonno. Imposto. E tutto il malessere. A venire.
Tutto.
Tutto.
Tutto.
Ho voluto capire il tradimento.
Ho parlato con medici, infermieri, parenti.
Ho rovistato cassetti, depositi. Ho smembrato ricordi, coscienze.
Ho interrogato schede, archivi, carte.
Poi ho scritto sulla parete della mia stanza, dal pavimento al soffitto: "Vigliacchi".
L'ho scritto con il verde.
Un mio amico newyorkese, poeta di frontiera, è rimasto stravolto da quella scritta, pur non conoscendo le spinte che l'hanno prodotta.
Ha detto che è il più bel segno di poesia concreta  mai visto. Violento. totale.
Vigliacchi.
A quanta gente è indirizzato quel plurale! Vigliacchi. Vigliacchi!
La stanza era squallida. Dipinta di verde.
Dieci sedie sgangherate.
Un vecchio televisore per le videocassette rock: cinema alternativo. 
Fogli sessantottini, ingialliti. Poesia ciclostilata. Poesia minima.
Qualche altro inchiostro.
Sguardi impietriti. Il pallore dei volti mi ricorda i sanatori di una volta.
Sono attratto da un femminile di età indefinibile. Lineamenti aristocratici. Triste.
Gli occhi hanno una profondità galattica. Cerco di raggiungerli. "Da dove vengono, da dove vieni. Tu, devi essere nata il 10 agosto".
Cumuli di lontananze lungo i suoi gesti, ad accarezzare.
Lungo i Navigli la sera scivolava sulle cose.
Tutto era lento, afono.
La rosa nascosta di Missoni profumava delicatamente la nebbia.
L'ora era ferma sull'oblio.
Addio, pagine, parole amate, gesti ammassati nei depositi, sguardi, primi piani di pelle solcata dal rimmel, di pallore, pallore di cipria.
Primi piani di polvere, di rughe della memoria, dell'anima.
Primi piani di pizzi, di sete, di neri, d'incanti.
Primi piani di rose dischiuse, di petali, di grazia, d'infinita dolcezza, di mari, d'oceani.
Notte delle lune d'acciaio, delle partenze, delle fughe, dell'aquilone smarrito.
Notte dei latrati, delle paure.
Notte della solitaria solitudine.
Notte delle stelle, del Carro, dell'Orsa.
Notte dei treni, delle stazioni, della sete.
Notte dell'antica pietra, della soglia.
Notte della notte.
Primi piani di rose dischiuse.
Di pizzi, di sete, di neri, d'incanti, d'abbracci, di carezze, di baci, di baci, di baci...di baci.
Le lontananze accarezzavano i suoi gesti.
Lungo i Navigli la sera scivolava sulle cose.
Tutto era lento, afono.
Una sirena, d'improvviso, sconvolse la quiete.
La nebbia si diradò scoprendo sui muri labbra, rossi, sete, case e la Scala, il Coro, la Banda, le luci del vecchio canale.
Primi piani di polvere, di rughe della memoria, dell'anima.
Primi piani di pizzi, di sete, di neri, d'incanti.
Primi piani di rose dischiuse, di petali, di grazia, d'infinita dolcezza, di mari, d'oceani.
Notte delle lune d'acciaio, delle partenze, delle fughe, dell'aquilone smarrito.
Sono attratto da un femminile di età indefinibile. Lineamenti aristocratici. Triste.
Gli occhi hanno una profondità galattica. Cerco di raggiungerli. "Da dove vengono, da dove vieni. Tu, devi essere nata il 10 agosto".
Cumuli di lontananze lungo i suoi gesti, ad accarezzare.
Pronto? Pronto? Pronto?
Lo scirocco soffia sulla malinconia, e sulla pagina violata.
Il giorno più bello della mia vita.
Il profumo della campagna. Il grande camino, ed il corpo bianco, delicato. Profondo: sino all'anima. La casa dell'anima. Tra i ruscelli della morte e le dolci sorgenti del lutto.
Il rumore degli occhi. Quante cose scivolano sulle pieghe clandestine.
Il galletto gira, gira, gira. Lo scirocco soffia sulla malinconia.
Pronto? Pronto?
Pronto? Pronto, sì. Quest'estate l'acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest'estate le rose sono nere.
Quest'estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell'Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d'acero accesa.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
Senza chiedere in conto la notte alla solitudine.
Non si interroga la solitudine, la mancanza.
La mia adolescenza è stata musicata dai fischi dei treni, incipit di spartiti mai ultimati.
Le rotaie erano i miei pentagrammi.
Sui pennacchi di fumo delle locomotive scrivevo le parole e lo swing della protesta.
Poi, ho cercato di capire le rughe della sofferenza, della malinconia, il lutto di un adolescente.
Ho interrogato i frammenti platonici.
Ma non c'è l'amore per tutto questo?
Ma non c'è l'amore per tutto questo?
Da sessant'anni m'interrogo. Ma non si chiede alla notte il conto delle solitudini. Delle mancanze.
Pronto? Pronto?
Pronto? Pronto, sì. Quest'estate l'acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest'estate le rose sono nere.
Quest'estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell'Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d'acero accesa.
A chi ha voluto l’ammantatura rosa, come missoni.
Il fiore rosa, come missoni.
E la stanza rosa.
A chi ha voluto che curassi la sua malanza con una rosa.
Ho tinto la strada di rosa
Il mare di rosa
Il cielo di rosa
E la pagina, di rosa
Rosa antico
Chiaro
Chiarissimo
Bianco
Bianco memoria
Memoria di rosa
Pronto? Pronto?
Pronto? Pronto, sì. Quest'estate l'acqua ha irrigato i tuoi boschi di vetro.
Quest'estate le rose sono nere.
Quest'estate io parto.
Pronto? Pronto? Pronto? Pronto?
Oh, miei cari, io, io parto. Parto. Vado nell'Osthrakien. Parto. Vado a gettare nel cielo, alla mia innamorata, la freccia d'acero accesa.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
Quando il sole s’imbuca nella sera, ogni parete, ogni muro diventa quaderno per le lontananze.
S’incanta. S’incontra: ombre, respiri, voci.
Mia cara, raggiungerò il tuo cuore. Alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.
In quella prima decade di maggio.
Quando la rugiada bagna le prime rose
un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi
alla decima ora, di uno di questi impossibili millenni.

Testi utilizzati:
Sconcetti di luna, in «Compact Type. Nuova Narrativa», Edizioni Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce 1990
Tracce di un discorso amoroso, in «Diapoesitive. Scritture per gli schermi», Edizioni Pensionante de’ Saraceni, Caprarica di Lecce 1990
Reparto “P”, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
All’ombra del grande vecchio, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
I colombi della clausura, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
Vento, vento, in «Pieghe narrative», Conte Editore, Lecce 2001
Rosa virginale, in «Pieghe poetiche», Conte Editore, Lecce 2001
L’addio alle scene, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Vukovar. 26 ottobre, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Giornalista d’assalto, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
La stanza dipinta di verde, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Il buco nero, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Cadono le ultime mimose, in «L’addio alle scene», Argo, Lecce 1996
Navigli, in «Mail Fiction. Free Lances», Edizioni Pensionante de’ Saraceni, Lecce 1991
Uscita in marasma, in «Carte letterarie», Edizioni Astragali-Eufonia Multimedia, Lecce 2009
Riflessioni. Per Ugo Carrega, in «Disperate del XX secolo», Il Laboratorio, Galatina 1989
Dichiarazione d’innocenza, in «Locandine letterarie», Il Raggio Verde, Lecce 2005
dis/adriatico, in «Spagine. Scrittura infinita», Edizioni Dopopensionante, Galatina 1991

mercoledì 12 giugno 2013

Antonio Verri e le istituzioni culturali


Antonio Verri con la paglia in una foto di Fernando Bevilacqua virata in verde-giallo

Riflettere sull’opera del poeta Antonio Leonardo Verri pare più che mai necessario a 20 anni dalla morte. Credo che un punto di partenza sia quello di non trasformare questo ventennale in una commemorazione, bensì in un nuovo inizio, a partire da un interrogativo a cui bisogna necessariamente rispondere per poter procedere nel migliore dei modi verso un dibattito il più serrato possibile attorno all’opera ed all’attività editoriale e al contempo intellettuale dell’autore. L’interrogativo che oggi dovrebbe segnare il procedere verso l’opera mi piace pensarlo come una riflessione attorno a quella che dovrebbe essere l’importanza di Antonio Verri oggi. Perché Antonio Verri oggi? Lo scorso 18 maggio, presso Tenuta Monacelli, in località Cerrate, s’è tenuta la prima presentazione del libro di Rossano Astremo “Con gli occhi al cielo aspetto la neve. Antonio Verri, la vita e le opere”, edito da Manni. Con l’autore intervenivano Carla Petrachi e Massimo Melillo. Proprio Melillo col suo intervento sottolineava come, secondo lui, con la morte del poeta sia finito un po’ tutto. Prima d’arrivare alla morte di Verri e a quanto è seguito, in questi 20 anni, occorre tratteggiare la figura del poeta, dell’intellettuale, dell’editore, a partire dal lavoro di Rossano Astremo che attraverso una metodologia ampia è riuscito a focalizzare alcuni punti salienti dell’operatività di Verri, della sua importanza per il panorama letterario italiano del secondo novecento. A partire dalle relazioni amicali, dalle collaborazioni, Astremo giunge all’analisi delle opere tratteggiando quelle che sono state le influenze, i punti di riferimento per Verri, che anche attraverso la fitta rete relazionale si muovevano  all’interno della sua opera. Ricollegarsi ad un tempo, non troppo distante, ma profondamente diverso dal nostro, non ancora divorato dal surplus mediale di oggi, impone uno scavo storico e sociale, comparato, e quindi culturale, del contesto in cui l’autore ha operato per poi giungere alla sua opera, proprio come tratteggiato da Astremo. Fra i punti di riferimento di Verri possiamo annoverare lo scrittore irlandese James Joyce, che nel suo “Ritratto dell’artista da giovane” scriveva che “il poeta è l’intenso centro vitale del suo tempo”. Cos’ha rappresentato Verri? Certamente ha avuto il merito d’agire ed essere un collante all’interno di una provincia che lui stesso definiva “difficile” perché “rarefatta” e possiamo aggiungere spesso caratterizzata da uno spiccato individualismo. La capacità del tesser trame, instaurare rapporti in un contesto dilatato, difficile, e ancora di più la capacità di contestualizzare tali criticità all’interno di un panorama nazionale ed internazionale inseriscono Verri in quel filone letterario e socio-politico che dai Fiore (Tommaso e Vittore) fino a Bodini e Dòdaro inseriscono le linee letterarie pugliesi in una dimensione europea capace di dialogare coi luoghi e di leggerli alla luce di una prospettiva internazionale, una weltanschauung ampia che permette a quelle trincee della meridionalità di respirare il mondo, nel mondo, senza scadere nel localismo becero del provincialismo contemporaneo, anzi manifestandosi nella pratica di uno scardinamento costante dei linguaggi, dei luoghi, delle operazioni culturali. La prospettiva meridionalista è da sempre lontana da ogni gabbia localistica, anzi, come lo stesso Verri sottolineava nella breve nota biografica inserita nella prima edizione del romanzo “I Trofei della città di Guisnes” (Il Laboratorio, Parabita 1988) scrivendo “Ha aderito al Movimento Genetico di F. S. Dòdaro, una delle linee portanti del Salento europeo, insieme al segno di E. De Candia, alla poesia di S. Toma…”, possiamo intuire come la connotazione territoriale non sia mai fine a se stessa, mai gabbia o freno, ma la necessità di una metodologia rigorosa, scientifica, capace di comparare e mettere in relazione e respirare il mondo piuttosto che la provincia, partire dai luoghi per maturare consapevolezze che aprano al mondo. Se Verri è ingabbiato non lo è a causa della prospettiva meridionalista, che ripeto aveva trovato in Tommaso Fiore il giusto interprete per un respiro internazionale – ed in quel solco ha operato il poeta di Caprarica – ma è, semmai, ostaggio dei vuoti provincialismi delle assenze istituzionali che da sempre caratterizzano il nostro territorio. Tutto questo risulta oggi necessario per riprendere l’affermazione di Massimo Melillo, precedentemente citata, e l’interrogativo iniziale. Qual è la necessità di Antonio Verri oggi? Quale la sua importanza? È realmente finito tutto nel maggio di 20 anni fa?

Mi piace pensare a questo interrogativo rispondendo con quanto più volte scritto e affermato da Mauro Marino, amico e collaboratore di Antonio Verri, che il 18 maggio rispondeva a Massimo Melillo affermando che il lavoro di Verri non era per la sua generazione, che in realtà non è finito nulla, ma che quel lavoro, quell’operare, era già per le generazioni successive. Pensare alle generazioni successive in relazione all’operare di Antonio Verri significa tener conto di quanto fatto in questi ultimi 20 anni e di quanti siano quei giovani che in quel modo di lavorare, in quella costanza, in quell’approccio culturale come reciproco scambio e fitte trame abbiano trovato pane quotidiano, modus operandi che negli anni ha portato proprio Mauro Marino, assieme all’attore Piero Rapanà, ad incanalare quel modo di operare in quello che sarebbe diventato il Fondo Verri di Lecce, ma penso anche a quanti altri abbiano trovato in quel luogo modo di dare avvio a intense iniziative culturali. E penso, ancora, a quanto proposto negli anni, con costanza e impegno, da Stefano Donno e Luciano Pagano, ma anche dallo stesso Rossano Astremo. Mario Desiati, introducendo la riedizione de “I trofei della citta di Guisnes” (Abramo Editore, Catanzaro 2005), scriveva: “Il senso è questo: uno scrittore di provincia per nulla distribuito, poco conosciuto, poco letto, poco letto anche all’Università e nelle riviste specialistiche, aveva contaminato la scrittura di un gruppo di ragazzi alle prese con il sacro (forse più profano) fuoco della poesia”. In questi 20 anni ci sono state iniziative, l’opera di Verri è stata analizzata, se ne è scritto, dunque, se ne è parlato, spesso grazie al fare di singoli operatori, troppe volte slegati dalle istituzioni o ignorati da queste. Quando pochi anni addietro ho discusso la mia tesi di laurea triennale, incentrata sull’opera di Antonio Verri, presidente di commissione era il prof. Angelo Semeraro, che mi si rivolse affermando che non aveva senso quanto da me proposto – ossia mettere in risalto quei motivi filosofici presenti nell’opera di Verri e che variano dalle esperienze del Surrealismo fino alle teorie sociali, filosofiche di Walter Benjamin (si pensi a quanto espresso nei “Trofei” in forma narrativa, alla porosità del sociale, alle dissolvenze mediali, l’immagine dialettica, o a testimonianza schiacciante lo sviscerato amore verso Benjamin manifestato col reportage “Portbou”), alla lettura di Bertrand Russell, solo per citarne alcuni, così come i riferimenti ad autori come Joyce o Queneau, alle esperienze sonore maturate dall’ascolto di John Cage, non prive di implicazioni teoriche trasposte in forma di romanzo, ecc – perché Antonio Verri, mi fu detto, “è un autore nostro, locale”. Ora, sono sempre partito dal presupposto che autori si è oppure no e penso: è racchiuso forse in quelle parole il limite dell’Università del Salento? Ciò che tiene in ostaggio Verri, la sua opera, non è, almeno in parte, l’indifferenza dell’Università? Il singolo operatore, slegato dalle istituzioni, sarà mai capace di portare la giusta attenzione che l’opera di questo poeta merita?  Quali sono i motivi che potrebbero portare Antonio Verri all’interno dell’Università? Letterari, naturalmente. L’opera del poeta di Caprarica, come già detto, si inserisce in quelle linee di scardinamento del linguaggio, oltrepassamento del lorchismo salentino, dunque della poetica bodiniana, e nell’attraversamento dei generi si apre alla narrazione mondo, in un melting pot culturale, teorico, letterario. Socio-politici. Verri è stato un fine intellettuale, ed una miriade di testi sparsi in riviste varie lo testimoniano. Un fine cronista del suo tempo, un critico attento, il cui agire può essere inscritto in un tracciato che dall’impegno sociale del ciclostilato, e oltre, di Roberto Roversi (si pensi al Fate fogli di poesia, poeti) arriva ad essere una delle voci più pure del meridionalismo. E ancora, scavando nell’opera verriana, si pensi al Naviglio Innocente (Erreci, Maglie 1990). A espressioni di trance poetica, di rapporti alterati con sé, il proprio corpo, o il mondo, nell’ascolto intimo della sonorità poetica: “Ero sempre in tutto ma ero sempre più lontano dal mio corpo…in realtà, ecco, quanto più il mio romanzo da un soldo cresceva tanto più io perdevo in carnalità, quanto più il Declaro prendeva corpo tanto più il mio corpo si sfaldava”. E ancora l’attraversamento dei generi, nella divaricazione dei diversi stili, letterari, mediali, sociali: “La nave delle parole… Forse il suo corpo brulicava di video, certamente in essa viveva una unità di memorie, un attrezzatissimo archivio, un vasto bosco di impulsi. […] Aveva cominciato un giorno di tanto tempo fa, dopo aver scoperto d’essere stato nel suo corpo attaccato da vari alfabeti, da forme navicolari, allungate, da forme anche sfumate, incerte. Era l’inizio. Aveva subito decretato la morte dell’oggetto unico, della singolarità. Gli era apparsa una grande nave”. Mi chiedo, vale anche in questo caso, quanto più volte affermato dal poeta sonoro e lineare Lello Voce, che la  critica contemporanea, l’accademia, sono impreparate ad affrontare criticamente, in modo serio, l’interdisciplinarietà, l’approccio intermediale delle nuove scritture? Eppure, oggi, l’opera di Verri è ancora viva, è nelle nuove generazioni. Penso a quanto fatto, ancora da Mauro Marino, come direttore del quotidiano Il Paese Nuovo, modificando la testata, dunque sottotitolandolo come quotidiano di culture e riflessione sociale, ha messo in atto un ribaltamento giornalistico, per cui la quotidianità interpretativa della scrittura giornalistica su Il Paese Nuovo, come matrice necessaria e pratica di un esercizio scritturale ed interpretativo dell’elemento sociale, fa in modo che la cultura –  e la scrittura giornalistica della stessa – escano dalla logica dell’evento per entrare in una dinamicità vitale che pone al centro dell’esercizio giornalistico la cultura come frutto di una dimensione sociale, quindi storica, del nostro esserci nel mondo. E non è tutto questo vicino all’esperienza del Quotidiano dei Poeti, fortemente voluto da Verri nel 1989?  Un quotidiano di sola poesia, prima, un quotidiano con un approccio giornalistico culturale e al contempo letterario, oggi. Una diversa scansione del vissuto quotidiano. E ancora una volta, nonostante le difficoltà, mi pare di vedere che l’opera di Verri e la sua importanza siano soprattutto oggi, per le nuove generazioni, nell’intensità di una pratica letteraria che a vent’anni dalla morte dell’autore è capace di muovere ancora tanto.

martedì 21 maggio 2013

Il grande libro


Antonio Verri dietro un vetro
ritratto da Fernando Bevilacqua in un viraggio in blu dell'originale in b&n

Dovrei ricominciare a dire di Pico, dovrei ricominciare in tutto quel bosco, dovrei ricominciare con la locanda, lo squalo, la nave, la città, le radici di giglio, dovrei ricominciare, dovrei ricominciare… Invece no. No. Cedo a Sally. Io in una notte, a Zurigo, ho soffiato una nave. Sally ha la vitalità di un arciere. E' una proiezione. Ha possibilità di scelta...Inutile stare a curare crescita, verticalità, suoni, passetti verso la lingua nuova. Bisogna far presto. Un mese in una sala da bagno può bastare. In questo giugno novantuno vorrei chiedere a Sally di divorare quella parte che in me s'è lacerata…
Sally sapeva di poter intrigare liberamente. Suo padre, il Vasaio, le aveva sempre parlato per magia, di avventure, delle cose meravigliose che aveva visto. Le sue rughe raccontavano. Verso i limiti del mondo. Incredibilmente. Forse questi prodotti verbacei, queste bosse grasse, sanguinolenti, lì lì per corrompersi, forse non erano altro che i pensieri e le sconnessioni di chi occasionalmente scendeva ad usare la sala da bagno, forse erano le ombre della non più salda perfezione, della bellezza così veramente difficile… Un grosso Libro brillava vicino alla guardiola del custode. Terre lontanissime, oggetti, l'opera che finalmente suonava, miliardi e miliardi di microscopiche vescichette giallo magenta, sospensioni nel Gran Moto Irregolare, caducità.
Chi poteva aver avuto l'idea di redigere su quel grosso librone, scampato a chissà quale distruzione di vecchia tipografia, tutto quel materiale, tutte quelle parole, tutti quei prodotti, tanti idiomi, che potevano benissimo essere una mappa meravigliosa del mondo, l'architettura segreta della vita? Il custode? No, di certo. Oppure. Forse. Sconcertava la vitalità in questi prodotti, la pretestuosità, l'occasionalità, il solitario impulso da cui certo venivano, forse la facilità di svelamento di un fatto, di un concetto, di una scena. Nulla di più assurdo, infatti, del rivelare, anche se nella luce artificiale di questa sala da bagno, le dissolutezze, le evasioni, la corsa verso il niente di un prodotto verbaceo o di un prodotto fecale, uniti spesso per via etimologica, per urto di radici, ma anche per esuberanza originaria, per flusso di rapporti sconosciuti. Sally rivedeva il Vasaio, suo padre, mentre continuava ad accarezzarsi la mano. L'opera cresceva. Solitaria. Sui lindi polsini della mia camicia. Allo sbriciolarsi, al marcire, all'infiacchirsi, stavo per opporre una sonorità regolata, una graduale perdita del senso delle cose.
(Antonio L. Verri, La salle de bain)

domenica 19 maggio 2013

Dicono la loro delusione, le rose

La città si consuma.

È lontana.

È vicina. Fabbriche, uffici, officine, cantieri, macchine, il corpo macchina, i corpi ciclopici, quelli essenziali, i corpi che sono solo dei cubi, una somma di nodi, di nodo in nodo - la città è continuamente generata e continuamente inghiottita dall'umore, dalla palta di un nodo gigantesco.

Gli intagli, il giallo che permane, la limmat che ripete il suo rumore, il principio, il flusso produttivo, la luminosa etichetta sprüngli che vigila sulla bahnhofstrasse, manifesti, transenne, dormitori, palazzoni aurei, nuovi materiali, linguaggi artificiali.

Dicono la loro delusione, le rose.
Non si aspettavano che una città nascondesse così tanti tesori.
Così alto il pino, così larga la terra, così piccolo il diamante.

(A. L. Verri, Bucherer l'orologiaio)

sabato 18 maggio 2013

Con gli occhi al cielo aspetto la neve. Antonio Verri, la vita e le opere



La copertina del libro edito da Manni

Rossano Astremo per Antonio Verri

di Francesco Aprile


“Con gli occhi al cielo aspetto la neve. Antonio Verri, la vita e le opere”, edito da Manni, è il lavoro biografico che lo scrittore Rossano Astremo dedica alla figura del poeta di Caprarica di Lecce nel ventennale della morte. L’opera di Astremo va al di là dei facili discorsi che negli anni hanno accompagnato l’analisi dell’opera verriana – spesso ridotta a semplice contorno in un dibattito che ha privilegiato una salentinità (e mi si passi il termine, citando lo stesso Verri), spesso provinciale, intesa come veicolo di furberie altre, obiettivamente estranee alla pratica letteraria, editoriale e relazionale del poeta di Caprarica. Il quadro che emerge coniuga l’aspetto autorale alla figura dell’operatore che negli anni di massima operatività ha avuto il merito di tessere relazioni importanti, tenendo unita questa provincia – “brutta gatta da pelare” perché “rarefatta” – facendosi veicolo di un network relazionale che ha avuto come mira quella di rapportare la realtà artistica del Salento ad altre, vicine e lontane, italiane e non, facendo leva sulla sua posizione umana e culturale che ha operato come collante, in un territorio difficile, da sempre caratterizzato da uno spiccato individualismo,  in un tempo non ancora segnato dal surplus comunicativo della nostra contemporaneità. Il “profilo” di Verri tratteggiato da Astremo ci appare come quello di un poeta profondo che nello scambio reciproco ha saputo fare poetica e prassi editoriale rigorosa, mostrando come in tale prassi abbia spesso anteposto la cura e la diffusione delle opere altrui. Questo lavoro ha indubbiamente il merito di porre l’accento su determinate questioni che in questi anni sono state spesso oggetto di ambiguità storiografiche e critiche. Il percorso di Verri, dunque, inserito sulla scia impegnata del meridionalismo di Vittore Fiore, si è nutrito, fra le varie cose, dei movimenti, delle teorizzazioni, delle operazioni corali di Francesco Saverio Dòdaro, fino a sfociare negli anni ’80, e primi anni ’90, in un intenso sodalizio poetico in cui Verri entrava come editore e co-curatore in una serie di collane editoriali d’avanguardia, internazionali, ideate dallo stesso Dòdaro (Compact Type. Nuova Narrativa, 1990; Diapoesitive. Scritture per gli schermi, 1990; Spagine. Scrittura infinita, 1991; Mail Fiction, 1991). A tal proposito risultano importanti le ripubblicazioni, all’interno del volume, della lettera di adesione di Verri al Movimento di Arte Genetica e la risposta di Dòdaro. L’analisi di Astremo colloca, credo in maniera definitiva, la posizione letteraria di Verri nel filone del postmodernismo italiano, indirizzandolo all’interno della stessa linea postmoderna barocca di Consolo e D’Arrigo. In ultima istanza, la speranza di Astremo, l’interrogativo che è anche proposito finale, riuscire a portare l’opera di Verri all’attenzione del dibattito letterario nazionale, attribuendo alla sua poetica il giusto posto nel panorama letterario del secondo novecento italiano.